Una storia per parlare l’inglese magicamente-7

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Foto da Wikipedia

“So, Can you tell me something about Tropea today? ” le disse sorridendo John. Si erano incontrati in Piazza Ercole intorno alle 5 di quel pomeriggio un po’ nuvoloso dell’ultima metà di settembre. La temperatura era piacevole e Francesca era felice di quell’incontro, ma al tempo stesso, nonostante ne avessero parlato, sapeva che nella realtà poteva essere tutta un’altra cosa. Era un po’ tesa e John lo aveva notato.

“È normale essere un po’ agitati quando si fa qualcosa di nuovo. Allora, sai cosa bisogna fare per parlare l’inglese sempre meglio? Bisogna darsi il permesso di essere ancora più agitati. Francesca, hai già il mio permesso. Tu hai il tuo?” le disse John, come se riuscisse a leggerle nel pensiero.
Francesca sorrise solo con la bocca. Gli occhi erano ancora un po’ tesi. Era uno di quei sorrisi finti che faceva quando non era convinta di qualcosa. Se ne rese conto e provò a seguire il consiglio di John, ma senza successo. Poi si ricordò della scatola colorata con i colori dell’arcobaleno nella quale aveva a disposizione la gioia, la sicurezza e la curiosità di scoprire e parlare la sua lingua obiettivo: l’inglese! “Anch’io ho il mio permesso.” disse con un tono poco poco più disteso.

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“Bene. Ti sei data il permesso. Adesso, puoi fare come me?” le chiese John con una faccia che non lasciava trapelare le sue intenzioni. Cosa aveva in mente?
“Trust me. Fa’ come io! Ok?”
A quel punto John scoppiò a ridere senza che ci fosse alcun motivo apparente… Una risata davvero forte, di pancia, tanto che altre persone nella piazzetta cominciarono ad osservarlo e a sorridere, per poi scoppiare a ridere anche loro. Francesca era davvero spiazzata: inizialmente non sapeva cosa pensare – “Ma questo è matto?”-o cosa fare – “Scappo via?” – poi la risata di John fu così contagiosa che le sue labbra si dischiusero e accennò un sorriso. Quel sorriso si trasformò entro pochi secondi in risata, dapprima un po’ forzata, stiracchiata. Subito dopo, dato che John non accennava a fermarsi, Francesca cominciò a ridere fragorosamente. La risata le partiva dal cuore, con gli occhi socchiusi e colmi di luce e gioia. Adesso si sentiva meglio, come quando in passato era scoppiata a ridere incontrollabilmente e la pancia le faceva quasi male. Se quello era un modo per rompere il ghiaccio, John aveva fatto centro.

“Bene. Oggi vorrei raccontarti una storia che può sembrare triste all’inizio, ma ascoltala fino in fondo, per favore. Annota mentalmente o per iscritto i punti in cui tu diresti la frase diversamente e poi alla fine mi dici cosa devo migliorare, ok?” cominciò senza dare un attimo di tregua a Francesca. Non le restò che ascoltare.

“Un pensionato è stato rimandato a casa dall’ospedale. Ai parenti hanno detto che la sua malattia è incurabile, ma nessuno lo ha detto lui. Quando è tornato a casa questo signore ha cominciato ad alzarsi, a fare passeggiate, a curare un po’ il giardino. I parenti pensavano:”Può morire da un momento all’altro” ed eravano tristi. Sono passati sei mesi e si sono preoccupati. Loro sono andati dal dottore e hanno detto lui che loro parente era ancora vivo. Il dottore era sorpreso, perché pensa che è già morto a quel tempo, e ha detto che vuole visitarlo”
John si interruppe improvvisamente come se non volesse andare avanti. “Fine della storia”, disse.

“MMmmhh, Non può essere finita così” disse con perspicacia Francesca.
“Facciamo finta che è finita. Cosa mi puoi dire per aiutarmi con il mio italiano?
“A parte che non credo che sia finita così e sono davvero curiosa di sapere cosa sia successo dopo… Facciamo finta che sia finita, per ora. Come ieri sera sei stata bravo a parlare. Io ho capito quello che mi hai detto anche se hai fatto qualche errore qua e là. Se riesco a fare la brava a non chiederti con insistenza come continua la storia, invece di dirti direttamente gli errori, vorrei farti delle domande, a cui tu puoi rispondere più velocemente che puoi, senza pensarci troppo”.

Proprio quella mattina Francesca aveva ascoltato l’audio intitolato “Questions”. C’erano alcune domande relative all’audio che aveva già ascoltato diverse volte quella settimana. Aveva risposto a quelle domande più velocemente che poteva. Aveva capito che quell’esercizio poteva essere utile per sbloccare chi pensava troppo quando parlava una lingua straniera, ma anche per correggere indirettamente degli errori.

[Prima di andare avanti con la lettura, perché non ascolti l’audio delle domande anche tu? Rispondi più velocemente che puoi!

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E dopo aver risposto, continua con la lettura. Buon divertimento!]

John era d’accordo, perciò Francesca cominciò.
“Rispondi più velocemente che puoi e con poche parole. Questo giovane uomo è stato rimandato a casa. Vero?”
” Falso. Era anziano e in pensione” rispose sorridendo.
“Bravo! Dov’è stato rimandato questo signore anziano?
“A casa di lui”
“A casa sua. Bravo! Da dove?”
“Dall’ospedale”
“Cosa aveva?”
“Era malato gravemente”.
“(A lui) gliel’hanno detto?”
“No. Non gliel’hanno detto!
“Bravo! I parenti erano felici?”
“Erano tristi.”
“Cosa ha cominciato a fare il protagonista della tua storia?”
“Ha cominciato a passeggiare e a curare il giardino”
“Bravo! Dopo sei mesi i parenti erano ancora tristi?”
“No, erano preoccupati”
“Cosa hanno fatto allora?”
“Sono andati dal dottore”
“Bravo. E cosa voleva fare il dottore dopo sei mesi?”
“Voleva visitarlo!”

“Bravo! Ora dovresti raccontarmi come finisce la storia, però.” disse Francesca sempre più curiosa a quel punto.
“I could, but now I think it’s time for you to speak English better and better. I’ll tell you the end of the story later. I’ll promise. Can you tell me something about Tropea now?” chiese in inglese adesso, sorridendo in modo furbo.

Nonostante Francesca si chiedesse come mai prima John si fosse fermato improvvisamente mentre raccontava e fosse molto curiosa di sapere come sarebbe finita quella storia, capì che ora era il suo turno di parlare in inglese perché dopotutto l’obiettivo di quell’incontro era proprio quello di aiutarsi reciprocamente nelle lingue che stavano imparando.

“Can we walk?” disse Francesca sorridendo. Si misero a passeggiare nel centro storico mentre Francesca raccontava un po’ della storia del suo amato paese in un inglese semplice e comprensibile. “The history about Tropea is very interesting but, today I’ll tell you about something that was invented in Tropea, as well as a mistery”. Aveva anche lei qualche storia interessante da raccontare. Così Francesca parlò dei fratelli Vianeo e delle tecniche di chirurgia plastica inventate da loro. Si stava divertendo a raccontare in inglese e lo si poteva notare. Spiegò con parole semplici e riuscendo ad apparire anche preparata ed autorevole che la tecnica di ricostruzione del naso era basata sull’auto-plastica. Bisognava prendere una parte di pelle dal proprio braccio e poi stare fermi con il braccio attaccato al viso fino alla guarigione. Raccontò di un signore napoletano senza naso, che non voleva prendere la carne dal proprio braccio; perciò promise la libertà ad uno schiavo in cambio di un pezzo di carne tolta dal suo braccio. Il naso fu rifatto e lo schiavo liberato. Dopo tre anni lo schiavo morì di morte naturale e anche il naso rifatto si marcì.

 

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Zio Tibia in italiano o Uncle Creepy in inglese. Foto da Google.

“Phew. It looks like an Uncle Creepy’s story. I didn’t know you liked these kind of misteries” disse Jhon sorpreso da quel racconto. “You never know what a girl may like” disse Francesca sorridendo anche lei furbamente. John decise di fare anche lui qualche domanda facile facile a Francesca per aiutarla a fissare il vocabolario usato in quella storia misteriosa. In quel modo riuscì anche a correggere indirettamente i piccoli errori che Francesca poteva aver fatto.

Intanto erano scesi un po’ per il corso Vittorio Emanuele e poi avevano preso una stradina a sinistra verso Piazza Cannone. A quel punto Francesca aveva un’altra sorpresa misteriosa. “Have you got a one dollar bill?”

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Foto da Wikipedia

John aprì il portafogli e prese una banconota da un dollaro, non sapendo dove Francesca volesse andare a parare.“Look at that symbol and then look at the symbol that there is on your bill”, disse Francesca mostrando il simbolo che si poteva vedere chiaramente sulla facciata di quella chiesa ormai abbandonata. Era il simbolo massonico dell’occhio della provvidenza, presente anche sulla banconota che John aveva tirato fuori. 

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La chiesa di San Giacomo. Foto di Filgerma da Panoramio.

“Don’t ask me why it’s there and on your one dollar bill, because I don’t know the answer.” disse Francesca allargando le braccia e sorridendo.
“Me neither. But wow. Tropea is much more interesting than I thought! Thank you for showing me this!”
“Ok. Ho fatto la brava finora, ma adesso devi proprio raccontarmi cosa è successo in quella storia di prima!” insisté Francesca.
“Ok. Lo faccio. Il dottore gli ha fatto tante analisi. Il vecchio signore era un po’ arrabbiato e non sapeva perché gli facevano tutti quegli esami. Sei mesi prima credeva che era tornato a casa dopo essere stato guarito. Non lo avrebbero potuto mandare a casa senza guarirlo. Questo credeva… mio padre. Eh sì, perché quel signore anziano era mio padre! Il medico ha detto che probabilmente avevano sbagliato diagnosi o forse c’è stata una inspiegabile remissione spontanea. Non lo sapremo mai…” disse visibilmente emozionato John.
Francesca era rimasta molto sorpresa da quella storia e stava per chiedergli qualcosa di più su suo padre, quando John continuò a parlare.
“Sai cosa mi ha insegnato questa storia? Che non si deve aspettare di stare male per fare quello che vogliamo fare. Mio padre è stato fortunato ed è guarito. Ma anche se non fosse guarito, aveva cominciato a fare le cose che gli piaceva veramente fare ed era felice. Venendo qui in Italia, viaggiando, suonando al concerto l’altra sera, imparando l’italiano, chiacchierando con te, io sto facendo quello che mi piace fare e sono felice. Posso sembrarti egoista, ma voglio vivere la mia vita pienamente. Che ne pensi?”
Francesca rimase un po’ stordita da quella storia, dalla passione che traspariva mentre John la raccontava. Inutile mentire a se stessa… Era un bel ragazzo, intelligente e carismatico; sapeva il fatto suo e ci sapeva fare.

La sua reazione sorprese John piacevolmente. Francesca si mise a ridere naturalmente, di pancia, un po’ come aveva fatto John all’inizio del loro incontro.
“Vedo che stai imparando, eh?” e scoppiò a ridere anche lui.
Il tempo era volato inaspettatamente. Decisero che si sarebbero rivisti dopo qualche giorno per ripetere quell’esperienza che gli aveva permesso di vivere le lingue che stavano imparando, usandole e acquisendole in un modo naturale e piacevole.

Ora Francesca era a casa, poco prima di andare a dormire, e ripensava a quello che aveva fatto quel giorno, a come aveva parlato in inglese, a quello di cui aveva parlato: le risate, il fatto di darsi il permesso di essere più agitata prima di lasciarsi andare e ridere anche lei. Pensò a John e alla storia di suo padre. Stava davvero facendo quello che voleva veramente anche lei? Non volle rispondere in quel momento a quella domanda. Decise di concentrarsi per un po’ sul suo corpo e sul suo respiro prima di addormentarsi piacevolmente e profondamente, permettendo a quel sonno e a quei sogni di integrare quelle esperienze nel suo percorso verso la padronanza della lingua inglese e forse anche verso una vita migliore. Cosa sarebbe successo l’indomani?

Continua? Dipende solo da te!

Oggi mi sono fatto proprio prendere la mano e ho scritto davvero tanto. Perciò ti ringrazio di cuore per avermi letto fino a qui. Ricorda che se questa storia ti piace, fammelo sapere, magari condividendola sul tuo social network preferito. Allora, relax and enjoy the journey!

Antonio

P.s.: Per completezza e per correttezza ti dico che la storia di cui ha parlato John è liberamente ispirata ad una storia di cui parla Richard Bandler nel suo libro Scelgo la libertà. La storia del mistero della plastica è riportata invece nel libro Guida alla Calabria misteriosa di Guido Palange.

 

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