Una storia, tante storie al Polyglot Gathering 2016

Leggendo queste righe, da qualunque dispositivo tu lo stia facendo e indipendentemente dal tuo background, ti invito a fare un piccolo esperimento con me.

Immagina per un momento di trovarti in un posto bellissimo per te (Qual è? Pensaci un attimo). È sera. La temperatura è quella perfetta per te. Ci sono delle persone con cui ti piace davvero stare. Magari c’è un fuoco al centro e poi una di queste persone si alza e comincia a dire: “C’era una volta…”

Come ti sentiresti? A trovarti proprio qui ad ascoltare questa storia? Ma quale storia?
O quali storie?

È da diverso tempo che sto approfondendo il tema delle storie, dello storytelling, sperimentando un po’ qui e un po’ là (se mi hai seguito quest’inverno, saprai che ho scritto la storia di Francesca che impara a parlare una lingua usando un metodo particolare; e che sto raccogliendo e mappando diverse storie).

La prima storia che potrei raccontarti potrebbe essere quella di una persona, come te, come me, originaria di una grande città o di un piccolo paesino (magari Tropea, perché no?) che sta cercando ispirazione nel suo percorso di apprendimento e insegnamento delle lingue straniere. Si trova in una situazione di stallo, in realtà sta perdendo un po’ di motivazione, è meno ispirata a continuare a imparare il tedesco, o a decidersi una volta per tutte a parlare lo spagnolo e il francese. Ecco, questa persona si trova in questa situazione quando uno dei suoi cari ex studenti (magari si tratta di Conor Clyne), ormai diventato un amico, gli parla di un evento speciale, a cui partecipano tutte queste persone che amano imparare, parlare e condividere le loro passioni per le lingue e le culture straniere.

Questa persona (dai, chiamiamola Antonio 🙂 ) decide, dopo tante riflessioni, scuse e ripensamenti, di partecipare a questo evento e di condividere con gli altri alcune delle idee che sta sperimentando su di sé e sui suoi studenti (le visualizzazioni guidate e le storie). E si prepara a partire non sapendo che cosa potrà trovare, che cosa dovrà affrontare. Prende l’aereo (magari più di uno) e arriva in una bella città tedesca: Berlino.

Alberto

L’immancabile e simpaticissimo Alberto Arrighini di italianoautomatico.com. Grazie a Dragoș per la foto.

Qui Antonio può scoprire altre storie, come quella di Lydia, che si è resa conto che ognuno ha il suo modo preferito per imparare le lingue e molti di quelli che hanno successo usano un metodo diverso da quello degli altri.

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La presentazione di Lydia. Grazie a chi ha scattato la foto.

C’è chi impara velocemente, c’è chi vorrebbe imparare più velocemente, e chi parla di slow learning, come Caeryc e Santiago che hanno parlato in più lingue, riuscendo a coinvolgere anche chi non parla e capisce queste lingue, facendo emozionare anche il giovane (nel cuore e nello spirito 🙂 ) partito alla volta di Berlino. C’è anche chi giovanissimo (Dragoș Luca) riesce a parlare in pubblico in inglese di qualcosa a cui tiene molto, facendo riflettere sulle implicazioni umane del  conoscere più lingue straniere: conoscere la lingua parlata da un popolo diverso dal nostro può aiutarci a capire la sua cultura, magari così diversa dalla nostra, può permetterci di superare le barriere (anche i muri) e i pregiudizi che ognuno di noi può trovare anche dentro di sé.

Antonio-Dragos

Insieme a Dragoș Luca. Grazie a chi ha scattato la foto.

Sono così tante le esperienze, le tecniche, le lingue che sono condivise a questo evento, che ogni partecipante riesce ad arricchirsi nel cuore, nella mente e nello spirito. CONDIVISIONE. Questo è quello che ognuno (anche Antonio) riesce a respirare nell’aria durante questo evento.

Condivisione di pensieri.
Di storie di vita.
Di esperienze.
Di tecniche.
Di risorse.

Per imparare, insegnare, vivere pienamente una o più lingue straniere nel modo più naturale possibile. Ancora una volta, per il secondo anno di fila.

Grazie a Dragoș e alle persone che hanno partecipato alla sua presentazione, Antonio ha potuto scoprire che in alcune culture è una grave offesa toccare la testa delle altre persone, perché si pensa che proprio nella testa risieda l’anima. Grazie a Caeryc e a Santiago si è potuto commuovere ad ascoltare una canzone in russo, pur non capendone le parole: ha poi scoperto che la canzone, cantata originariamente da bambini,  parlava di quell’età di passaggio che è la fine dell’infanzia. Grazie a Lydia si è reso conto ancora di più che ogni persona impara a modo suo, che a volte forse è meglio non insegnare, ma far imparare.

Ed è così che grazie a Conor, agli organizzatori, e a tutti i partecipanti (anche quelli che non sono stati citati in questo articolo) questo giovane uomo ritorna a casa da una bellissima esperienza che gli ha permesso di imparare, crescere, socializzare (lui che si considera un “ambiverso” cioé un incrocio tra introverso ed estroverso, come ha potuto scoprire grazie a Julia Barnickle e ad Alexander Ferguson), divertirsi, aprire la mente, raccontare tante storie (nello specifico la storia del principe spadaccino, la terza parte della storia di Francesca, e altre due storie che non aveva previsto inizialmente di raccontare: l’uomo più felice del mondo e la servitrice brutta; dopotutto la sua presentazione si intitola: Storytelling in Language Learning), fare tante mappe mentali, e chissà quante altre cose di cui ancora non si è reso conto.

Diapositiva1

Guarda le slide della mia presentazione: Storytelling in Language Learning 

AlexanderFerguson

Guarda le mie mappe mentali e i miei appunti visuali: Mind maps created by Antonio Libertino at the Polyglot Gathering 2016

Ed è così che si conclude il suo viaggio. Antonio può ritornare a casa sua, a pochi chilometri dalla sua amata, bella e contraddittoria Tropea, arricchito di esperienze, ispirazione e voglia di fare, pronto a vivere quotidianamente delle esperienze che lo trasformano, sapendo che che dopo averle vissute, magari può riposarsi per un po’ e poi ricominciare tutto daccapo. Adesso sa che a volte bisogna accettare la chiamata e intraprendere un nuovo percorso, sapendo che è sempre bene “rilassarsi e godersi il viaggio!

E la persona che racconta la storia davanti al fuoco, in questa notte stellata, mentre tu sei in compagnia delle tue persone speciali e hai ascoltato rapito le sue storie, dice, parafrasando Steven Moffat, semplicemente questo:

Ricordatevi che in fin dei conti siamo tutti delle storie


Un abbraccio e un caro saluto a tutti da Antonio

P.s: Ecco alcuni video improvvisati al Gathering 2016. Buon divertimento!
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Come puoi usare le mappe mentali per parlare l’inglese sempre meglio?

Immagina questa scena. Siamo in un’aula scolastica, il professore parla e ti spiega la sua materia (storia, geografia, matematica, qualunque sia). Si sta impegnando a farti capire quello di cui sta parlando e tu stai facendo dei disegnini e degli scarabocchi. Almeno questo è quello che può pensare chi ti osserva. Ovviamente il professore ti becca e… Come reagisce? E tu, come reagiresti, vedendomi creare delle mappe mentali?

Le mappe mentali sono diventate parte del mio stile di apprendimento. A volte le uso di più, a volte di meno. Ovviamente ci sono dei momenti in cui le posso usare e altre in cui proprio non le uso perché non sono lo strumento giusto a quella situazione di apprendimento. E tu? Le usi? E prima di tutto, sai cosa sono? Se non lo sai, ti invito a dare un’occhiata veloce a questa brevissima pagina.

Ora, presumendo che la tua risposta alla mia ultima domanda sia positiva, devi sapere che creare mappe mentali mentre ascolti qualcosa, è un modo molto attivo per acquisire e capire pienamente quello che stai ascoltando, anche e soprattutto se lo fai in lingua straniera.

Infatti, creando delle mappe mentali puoi prendere degli appunti di quello che stai ascoltando e in questo modo migliori la tua capacità di comprensione dell’ascolto.

Ma puoi andare anche oltre, perché puoi usare le mappe mentali anche per produrre attivamente la lingua, per parlare l’inglese sempre meglio, o qualsiasi altra lingua che tu stia imparando adesso.

Nell’ultimo mese mi sono diverto a creare diverse mappe mentali.

Alcune le ho create dal vivo mentre prendevo appunti a un evento chiamato Hospitality rest@rt. E quelle che puoi vedere adesso sono quelle che ho creato dal vivo.

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Nonostante alcune persone siano rimaste sorprese, ritenendole addirittura spettacolari, per me sono dei semplici scarabocchi, che però mi hanno permesso di capire pienamente quello di cui i relatori stavano parlando. Ricorda che le mappe mentali non devono essere un capolavoro, non devi essere un artista per crearle… L’importante è farle!

travelappeal

Blastness

Serenissima

 

Creare mappe dal vivo, in tempo reale, può essere difficile, qualche volta mi riesce, qualche volta no, ma se usi internet, e segui qualche corso in video, hai un vantaggio in più perché puoi ascoltare, mettere in pausa e creare la tua mappa mentale. Queste invece sono  quelle che ho creato di recente, mentre seguivo un corso sullo storytelling (Intro to storytelling di Kevin Allison).

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E’ stato un corso davvero molto interessante, che mi ha insegnato molto e che mi sono divertito a mappare. Ovviamente, qui ho avuto la possibilità di mettere il video in pausa e di aggiungere qualche tocco in più.

Ma andiamo nello specifico.

MAPPE MENTALI E LINGUE STRANIERE

Puoi usarle in diversi modi.

Se stai appena cominciando a imparare una lingua, puoi usarle per creare associazioni tra parole, sopratutto per parole che sono adatte ad essere categorizzate. Pensa ad esempio al vocabolario relativo al ristorante. Puoi partire dal centro, disegnando il tuo ristorante preferito e poi far partire i rami principali (starters, main courses, desserts, ad esempio) e poi da ogni ramo principale puoi far partire i sottorami relativi.

Se hai già raggiunto il livello intermedio hai almeno tre diverse possibilità (o anche di più se te ne vengono in  mente altre).

1) Puoi crearne una mentre ricevi l’input, cioè ascolti qualcosa di nuovo e interessante. E in questo modo ti impegni attivamente a capire quello che stai ascoltando, fai dei disegni, scrivi delle parole chiave, usi i colori per attivare la tua parte creativa. In questo modo, oltre che ad essere coinvolto attivamente, hai la possibilità di acquisire indirettamente le parole ed espressioni utilizzate nell’audio che ascolti.

2) Una volta che hai creato la mappa, puoi parlare a voce alta mentre riguardi la mappa. Io l’ho fatto per i miei studenti d’italiano in questo video, mentre raccontavo la storia della servitrice brutta.

3) Se conosci bene il testo o l’audio che hai ascoltato prima o la mappa mentale che hai creato in precedenza, puoi parlare a voce alta, nella lingua che stai imparando, mentre stai disegnando la mappa stessa. Questo è un esercizio abbastanza complesso – una piccola grande sfida – che ti aiuta ad essere coinvolto con tutti i tuoi sensi, perché tu stai scrivendo, stai parlando, stai ascoltando anche la tua voce e stai vedendo ciò che stai creando.

Il professore può sgridarti e dirti di smettere di fare i tuoi disegnini, le tue mappe mentali (cosa che mi è realmente successa ad un corso di formazione che ho seguito un paio d’anni fa).

Oppure, se capisce che quello che stai facendo ti aiuta ad assorbire anche ad un livello profondo quello che lui vuole insegnarti, può essere felice per quello che stai facendo.

Io lo sarei.

-Antonio

P.s.: Se tutto questo non ti sembra facile, allora forse sei nella stessa situazione di Francesca.

P.s.2: Buona Pasqua a tutti!

P.s.3: Se questo articolo ti piace, condividilo con chi ti sta a cuore! E se ti va di vedermi in video, sono qui (il video è in italiano e sono disponibili i sottotitoli in italiano e in inglese):

 

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Una storia per parlare l’inglese magicamente – Epilogo

Era ormai fine dicembre. Il Natale era passato e John era partito. Le onde erano sonoramente in tumulto così come lo era il cuore di Francesca. Non faceva freddo nonostante stesse per arrivare gennaio e con esso il nuovo anno. Lei e Tania stavano passeggiando sul lungo mare nonostante il mare fosse così agitato che potevano respirare la salsedine a pieni polmoni.

Foto da Google

Foto da Google

Se fosse stato facile evitarlo, forse non sarebbe accaduto: Francesca non si sarebbe innamorata di John. Eppure era successo. Il loro rapporto si era trasformato in un dolce amore, nonostante lei fosse sempre stata consapevole del fatto che lui era uno spirito libero, che non si sarebbe trattenuto a lungo in quel posto meraviglioso, ma piccolo come poteva essere Tropea.

Tania era preoccupata per Francesca, cercava di starle accanto, per quanto possibile, dato che riusciva anche lei a percepirne la tristezza. Sapeva che la cosa migliore da fare era semplicemente staread ascoltarla, senza parlare più di tanto, nonostante quello non fosse davvero il suo stile. Erano rimaste in silenzio per un po’ mentre continuavano a camminare, poi Francesca cominciò a parlare.
“Proprio di una persona così mi doveva succedere di innamorarmi? È partito e mi manca un sacco.”
“È normale che ti manchi. Era un tipo speciale” disse Tania senza troppa convinzione, quasi non sapendo cosa dire.
“Ehi… è un tipo speciale. Mica è morto?” reagì Francesca con uno scatto di improvvisa ira. Tania si ammutolì, rendendosi conto del fatto che in quel momento quello poteva essere stato un commento poco felice.
“Sai, Tania, ho davvero imparato molto da questa storia” continuò dopo qualche istante Francesca.
“Cosa hai imparato?”chiese timidamente Tania.
“Be’, all’inizio avevo paura, paura di innamorarmi, paura di gettarmi in una storia impossibile, ma poi mi sono lasciata andare, anche perché ho sempre creduto che chi non ama per paura di soffrire, è come chi non vive per paura di morire. Quando l’ho accompagnato all’aeroporto, mi sono messa a piangere come un’adolescente, e sai cosa ha fatto lui? Mi ha guardata negli occhi e mi ha detto: ‘Cosa avresti preferito? Non conoscermi per nulla, oppure tutte le cose speciali che che sono successe tra noi?’ Poi, dopo avermi abbracciata, ha cominciato a raccontarmi una storia. Aveva quasi sempre una storia da raccontare. Ah, quanto mi mancheranno le sue storie!”
“Di che parlava questa storia?”
“Te la racconto a parole mie, forse saltando qualcosa qua e là. Il senso è questo.

“C’è un saggio che vive su una montagna in mezzo a due città. Un giorno un uomo di passaggio per trasferirsi nell’altra città si ferma a riposare da lui. Il saggio gli offre qualcosa di buono da mangiare e un bicchiere di buon vino rosso. Poi l’uomo chiede al saggio come siano gli abitanti del paese in cui sta per trasferirsi. Il vecchio, prima di rispondere, chiede al viandante come siano gli abitanti del paese in cui viveva prima. E lui risponde dicendo che sono antipatici, maleducati e scortesi. Allora il vecchio gli risponde che, nonostante sia dispiaciuto nel dirglielo, nel paese in cui sta per trasferirsi l’uomo troverà ancora persone maleducate, scortesi e antipatiche.”

Francesca si fermò per un po, lasciando la possibilità a Tania di intervenire.
“Ma che c’entrava questa storia in quel momento? Come mai pensi che John te l’abbia raccontata?”
“Be’, non ne ho la più pallida idea. Vedi, John parte sempre a parlare di quello che gli viene in mente. A volte è facile capire perché, altre volte bisogna dormirci sopra.” disse Francesca con la voce che si spezzava per le sensazioni che provava in quel momento.

Alcune lacrime rigarono il volto di Francesca. Tania si fermò e ascoltò il silenzio e il pianto dell’amica.

“Non so spiegarti come mi sento. Non lo capisco nemmeno io. So che in questi mesi sono cresciuta molto e non riesco a credere che sia finita…”
“Ehi… Che mi hai detto prima? Non è mica morto! Puoi sempre prendere il primo aereo per Los Angeles!” si arrischiò a dire Tania, ritornando in sé e usando in qualche modo la frase che l’amica aveva usato qualche momento prima.
“È vero. Tutto è possibile…sempre! Anche quando succedono delle cose che sembrano irreparabili, si può ritrovare la forza per rialzarsi” riuscì finalmente a dire Francesca, mentre lei e Tania continuavano a camminare verso il porto.

“Sai Francesca, nel tempo mi sono resa conto che quando ami devi essere pronta a rinunciare all’altro, a saper dire addio senza lasciare che i tuoi sentimenti ostacolino ciò che probabilmente sarà la cosa migliore per la persona che ami. E io sono sicura che tu, dopo che avrai provato tutto quello che è necessario che tu provi adesso: mi riferisco alla tristezza, alle risate improvvise e inappropriate, o a tutto quello che puoi liberamente provare, intraprenderai le azioni giuste per rialzarti, facendo tesoro di tutto quello che hai imparato in questi mesi. Se poi si aprirà una strada che potrà riavvicinarvi, allora sono sicura che tu ci camminerai sopra, se ancora lo vorrai” riuscì a dire Tania, da vera amica.
Sapeva che Francesca aveva bisogno semplicemente di essere ascoltata in quello che poteva essere un periodo strano della sua vita, ma, conoscendola bene, sapeva anche che si sarebbe ripresa molto presto: proprio per questo ogni tanto, le dava qualche piccolo incoraggiamento. Come aveva appena fatto. E Francesca lo capiva.

Grazie, Tania, per questa passeggiata. E per questa chiacchierata. Avevo proprio bisogno di parlare e di camminare.” riuscì a dire prima di abbracciare caldamente l’amica.

Foto da Google

Foto da Google

Intanto erano arrivate al porto. Nonostante fuori da quel posto il mare fosse ancora agitato, al suo interno era sempre in quel modo: calmo e fermo, sicuro e stabile. Anche Francesca sembrava sentirsi più calma adesso.
“So che non si finisce mai di imparare una lingua, ma sai che adesso parlo l’inglese molto meglio di tre mesi fa?” cominciò a dire.
“Ci credo bene. Hai fatto una full immersion nell’inglese americano! E poi hai usato quel libro splendido, no?” disse Tania, capendo che era finalmente il momento di scherzare un po’.
Speak-English-Magically-Front-Cover“Lo hai usato anche tu, no?”
“Sì, e sono migliorata anch’io, anche se mi è mancata un po’ la parte pratica” gettò l’amo Tania, alludendo a qualcosa che Francesca avrebbe potuto capire.
“Ma come? Non hai fatto lo shadowing? Non hai risposto alle domande più velocemente che potevi?” disse Francesca, cominciando a sorridere un po’ adesso.
“Sai a cosa mi riferisco” disse Tania ritrovando se stessa ancora di più. “E se vuoi saperlo ho anche copiato sul mio quadernino alcuni dei viaggi che mi sono piaciuti di più…”
“A proposito, qual è il viaggio che ti è piaciuto di più?”
“Be’, Las Vegas, ovviamente!” disse Tania facendo un ampio gesto con le mani.
“Me lo sarei dovuta aspettare!” disse, riuscendo finalmente a ridere Francesca, poi continuò.
“A me sono piaciuti moltissimo i viaggi a Phoenix e a Sedona.”
“Be’, anch’io me lo sarei dovuto aspettare!” ribatté prontamente Tania.
E si misero a ridere entrambe di una risata che segnò nettamente il passaggio da uno stato d’animo all’altro.

Parlarono della voglia di vedere quei posti dal vivo e della possibilità di partire – Perché no?
“Hai già scritto una recensione per il libro?” chiese curiosa Tania.
“Non ancora, ma lo farò di sicuro appena mi verrà la giusta ispirazione” confermò Francesca prima di porre un’altra domanda che le stava a cuore.
“Ma secondo te, cosa mi avrà voluto dire con quella storia?”
“Ti ricordo che non mi hai ancora raccontato come è andata a finire.”
“Ah, certo, scusa. Ecco.

“Dopo alcuni giorni un altro abitante dello stesso paese attraversa la montagna e si ferma dal saggio. Anche stavolta il saggio gli offre qualcosa da mangiare e un bicchiere di buon vino. Poi il viandante gli chiede come siano gli abitanti del paese nel quale vuole andare a trasferirsi. Prima di rispondere il vecchio gli chiede come siano gli abitanti del paese che sta lasciando. E il viandante risponde: ‘Simpatici, buoni, generosi e gentili. Mi piace molto viverci, ma ho trovato un lavoro migliore e devo proprio andare via.’ Il saggio sorride e dice che nel paese in cui il viandante si sta trasferendo troverà tanti amici e persone buone, generose, e gentili. Stesso paese due diverse risposte. Fine della storia. Cosa mi avrà voluto dire?” concluse Francesca.
“Quando il cameriere ti porta qualcosa da mangiare, te lo porta e basta, non lo mangia per te, no?” ribatté enigmaticamente Tania.
“Sì, lo so che ognuno può dare un’interpretazione diversa ad ogni storia che ascolta, ma vorrei sapere cosa ne pensi tu” chiese Francesca.
“‘Ovunque tu vada ci sei già’ è la frase che mi risuonava mentre ascoltavo la storia. Non dico altro. E tu cosa pensi?”

Francesca sorrise semplicemente, sapendo che davanti a sé aveva un mare dal quale prendere giorno dopo giorno quelle possibilità che le avrebbero permesso di crescere continuamente: ora anche lei era proprio consapevole del fatto che avrebbe potuto davvero ottenere qualsiasi cosa nella sua vita momento dopo momento, se avesse avuto il coraggio di sognarlo, l’intelligenza di fare un progetto realistico, e la volontà di mettere in pratica quel progetto fino in fondo. Certo, forse avrebbe avuto bisogno di ancora un po’ di tempo per metabolizzare quello che era successo (o stava succedendo?) con John e con l’inglese, ma quella sera riuscì ad addormentarsi più serenamente delle ultime sere, sapendo che comunque sarebbe andata, quei mesi trascorsi con John e con l’inglese, sarebbero stati per sempre un suo piccolo tesoro da custodire. E l’avrebbe portato per sempre con sé. Ne era davvero valsa la pena.

Fine?

Francesca Salutacolor

 

 

Fine. Quella parola di 4 lettere che può lasciare la persona che la legge in stati d’animo diversi. Soddisfazione, insoddisfazione, voglia di averne ancora, gioia o tutt’altro. Qualunque sia il tuo stato d’animo, ti ringrazio di cuore per avermi letto fin qui. In particolare ringrazio chi ha reso possibile lo sviluppo di questa idea: chi ha pubblicato quella famosa foto in cui si parlava del libro, chi me l’ha segnalata e chi, attraverso ricordi, esperienze, è stato “romanzato” in questa storia di circa 16.000 parole che presto diventeranno praticamente il doppio:-) Come? Lo scoprirai presto!

Un caro saluto e un abbraccio da

Antonio

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Una storia per parlare l’inglese magicamente-10

Francesca non credeva fosse possibile aver fatto quello che aveva fatto, eppure lo aveva fatto. Sarà stato il tramonto magico che si era attardata a guardare insieme a John a farle compiere quel gesto che forse in condizioni normali non avrebbe compiuto?

Lei e John si erano incontrati in spiaggia a pomeriggio inoltrato e subito si era creata quella sintonia che forse inizialmente non c’era stata nel loro primo incontro.
“E’ da molto che non ci vediamo, vero?” aveva scherzato Francesca, riferendosi evidentemente alla bella cena della sera prima in cui avevano mangiato quel cibo così buono sia per la pancia che per la mente.
John, dopo un caldo sorriso, aveva subito chiesto a Francesca di fare una piccola passeggiata sul bagnasciuga. Era fine settembre, ma la temperatura era ancora piacevole, tanto da permetter loro di poter fare ogni tanto un bel bagno in quelle acque cristalline e calme. Certo, l’acqua non era più calda come in agosto, ma era ancora davvero gradevole. Così, cullati dal rumore delle onde e dalle bellezze naturali di quella meravigliosa spiaggia tropeana, si sentivano sempre più a loro agio ad ogni passo che facevano, ad ogni parola che dicevano.

“Cosa farai a Natale?” gli chiese Francesca all’improvviso, riferendosi al fatto che John sarebbe ripartito per ritornare a Los Angeles proprio in quel periodo.
“Be’, andrò avanti con la mia vita, seguendo la direzione che ho tracciato.”
“E qual è la direzione che hai tracciato?”
“Quella di fare quello che mi piace fare, giorno dopo giorno. Te ne ho parlato l’altra volta nel nostro primo incontro di tandem, no? Ti ricordi?”
“Tutto per te sembra così facile. Viaggi, canti, fai nuove amicizie e ti diverti ad imparare una lingua straniera…” disse Francesca, fermandosi per un attimo. Poi proseguì.

“A volte, credo che una parte di me vorrebbe fare come te, vivere giorno per giorno seguendo una direzione, ma altre volte mi sento come un gambero. Sai cos’è e cosa fa un gambero?” chiese Francesca, ricordandosi che per John l’italiano non era la sua madrelingua.
“No. Mi spieghi in parole semplici?” disse sorridendo John.
“Semplificando molto, il gambero è un piccolo pesce con la crosta, il guscio…e a volte di fronte a un pericolo torna indietro invece di affrontarlo.”
“Cosa ti blocca? Cosa ti impedisce di vivere la vita che vorresti vivere?” le chiese John in perfetto italiano, capendo che quello era il momento giusto di porre quella domanda.
“È complicato. Da una parte ti dico che amo Tropea e mi piacerebbe fare qualcosa che mi permetta di promuovere questo bel posto. Ti rendi conto di quanto è meraviglioso vivere in questo posto? Poi dall’altra parte mi scontro con la mentalità della gente che ci vive e con le loro azioni.”
“A cosa ti riferisci?”
“Ti faccio un esempio banale, solo per dire una piccola cosa. Davanti a casa mia c’è una piccola pineta, dove alcune persone si fermano a rinfrescarsi. Be’, in molti hanno preso quel posto come una piccola discarica: ci buttano la spazzatura!”
“Hai fatto la tua parte per risolvere il problema?” le chiese stupito John.
Già. Aveva fatto qualcosa per risolvere il problema? Francesca si fermò a riflettere per un attimo, sorrise ripensando a quello che aveva fatto. Ripensandoci, forse aveva davvero fatto la cosa giusta. Poi ricominciò a parlare…
“Ti lascio un po’ di suspence… Secondo te cosa ho fatto?”
“Non credo proprio che tu ti sei messa a, come dite voi italiani, ‘bestemmiare in turco’?”
Francesca si mise a ridere, poi cambiò discorso.

Speak-English-Magically-Front-Cover“Te lo dico tra poco, ma perché ora non mi aiuti a fare un po’ di shadowing? Ti ricordi? Ne abbiamo parlato ieri sera. Il ripetere come un’ombra quello che dice un’altra persona in lingua straniera. Ho qui con me il libro che sto usando per migliorare il mio inglese. Come ho detto ieri sera a cena, ho avuto un po’ di difficoltà a praticare lo shadowing senza leggere il testo. Allora, mi aiuti leggendo questo testo a voce alta?” disse Francesca indicando la pagina in cui c’era il testo solo in inglese di quella lezione che aveva ormai ripetuto in diversi modi.

“Certo che ti aiuto, ma ho anche un’altra idea. Ci siediamo qui?  Ti fidi di me?” le chiese sorridendo John.
“MMMh… Sì, sediamoci qui sulla sabbia. Mi fido” disse Francesca non sapendo cosa aspettarsi.
“Fa’ quello che io faccio, immagina che sei davanti a uno specchio. Se io sorrido, tu sorridi. Se io muovo la mano destra, tu muovi la mano sinistra, come in uno specchio… e soprattutto guarda i miei occhi…”

In questo video puoi vedere l’esercizio che fanno anche Francesca e John: https://www.youtube.com/watch?v=mn4fKtiGHXg

E così Francesca cominciò a seguire i movimenti di John. Erano dei movimenti lenti che lei riusciva a vedere con la sua vista periferica, dato che doveva concentrarsi, come le aveva chiesto, sugli occhi di lui. Dopo aver superato il normale imbarazzo iniziale, con ogni secondo che passava, era come se lei riuscisse a guardargli dentro l’anima. E ciò che vedeva le piaceva. Poi lui si interruppe e le chiese di essere lei a guidare per un po’, mentre avrebbero continuato a guardarsi dritti negli occhi. Si era creata una sorta di connessione speciale tra i due.

“Now it’s time for me to read aloud the text, will you shadow me?” disse John nella sua madrelingua.
“Yes” disse Francesca sorridendo.
E così mentre John leggeva il testo solo in inglese del rilassamento guidato intitolato “I speak English very well”, Francesca parlava quasi contemporaneamente a lui dicendo le stesse cose. A volte non riusciva a tenere il ritmo, e John  prontamente rallentava. Senza nemmeno rendersene conto Francesca stava facendo un esercizio molto utile per migliorare il suo inglese. E lo stava facendo senza leggere il testo. Aveva di che essere orgogliosa. Ma non ebbe il tempo di rendersene conto, perché John aveva deciso di cambiare registro e fare qualcosa di diverso per l’ultima pagina. Si fermò un momento e appoggio il libro sulla sabbia in modo che non si richiudesse e in modo che potesse continuare a leggerlo. Poi cominciò a fare una cosa che Francesca non si sarebbe mai aspettata.
“Can you do as I do and speak at the same time?”
“I’ll try” disse Francesca.
Either you do or you don’t. There’s no trying. Because trying implies failure.” aveva detto fermamente ma con un sorriso John. Poi cominciò, mentre era ancora seduta di fronte a Francesca, a muovere alternativamente la sua mano destra verso l’orecchio sinistro, poi la mano sinistra verso l’orecchio destro.

In questo video puoi vedere qualcosa di molto simile a quello che ha cominciato a fare John, con la differenza che John leggeva a voce alta un testo tratto da Speak English Magically mentre faceva questi movimenti di Brain Gym: https://www.youtube.com/watch?v=61JVHiXUeRo

Per un attimo Francesca fu colta dallo stesso pensiero dell’altro giorno quando al loro primo incontro di tandem John si era messo a ridere senza alcun apparente motivo: “Questo è pazzo! Mi alzo e scappo? Oppure resto?”

Poi decise di restare e di avere fiducia in lui. Così cominciò, dapprima con difficoltà, poi progressivamente in modo più facile a fare tutte quelle cose contemporaneamente: imitava il parlato e i movimenti di John. E alla fine, quando John aveva finito di leggere quella pagina,  scoppiarono entrambi in una grossa risata… una risata che li fece avvicinare e fece succedere quel bacio, così naturale come inaspettato, che li unì ancora di più. E ora?

Francesca riuscì a godersi il momento per quanto durò, corrisposta da John, poi si allontanò un pochino mentre cominciava a perdersi in una marea di pensieri.

John la guardò negli occhi e le fece capire che era tutto a posto, che anche lui provava quella sensazione di smarrimento che può assalire quando ci si allontana dal momento presente. Perciò le propose di fare quello che lui aveva imparato a fare nel corso degli anni: vivere pienamente ogni momento che gli veniva offerto.E se questo significava farsi travolgere dalla passione, oppure fermarsi a chiacchierare piacevolmente in inglese o in italiano, lo avrebbero semplicemente fatto accadere.

Francesca, ancora titubante, accettò la proposta.

Poi, quasi inaspettatamente, si sentì chiedere da John: “Allora cosa hai fatto con quella spazzatura?”
“Mi sono armata di santa pazienza, ho messo dei guanti, ho preso dei sacchetti colorati e ho cominciato a raccoglierla differenziandola. Sai perché l’ho fatto?” aveva infine chiesto Francesca.
“No, perché?”
“Perché credo che devo essere io il cambiamento che voglio vedere nel mondo. Ho ripensato a questa frase proprio qualche giorno fa dopo aver avuto una discussione al lavoro. E con le tue domande mi hai fatto capire nel caso della spazzatura, avevo proprio fatto la cosa giusta. Ho fatto la mia parte. Ora, so per certo che forse tra qualche giorno troverò ancora della spazzatura davanti a casa mia, ma se succederà, mi rimboccherò le maniche e la raccoglierò di nuovo. Prima o poi, qualcuno si fermerà a leggere il cartello che ho scritto e che ho appeso davanti a casa mia, perché ero così stanca della situazione, che mi sono messa a scrivere un messaggio per chiunque si fosse fermato davanti a casa mia.”
“Cosa hai scritto ?”
Ci ho scritto questo:

‘In una giornata di sole è bello fermarsi al fresco dei pini magari con un panino  o le lasagne della nonna… Perciò ora sei all’ombra, ti stai ristorando, e poi ti ricordi di fare la tua parte e mantenere pulito, perché se tu fossi a casa tua, raccoglieresti la spazzatura, vero? Tutto questo per dirti che ti preghiamo di lasciare il posto pulito, anche se altri prima di te non lo hanno fatto. Loro sono loro e tu?’

Che ne pensi?”

cartello-spazzatura.JPG

“Wow. That’s really a great way to communicate. I really have to tell you that: I do think you can achieve anything in your life… So whatever the hurdles are that are stopping you, just acknowledge them, and take the first step toward your dreams, because in the concrete case you told me about, you did exactly what you needed to do! Didn’t you realize?”
“Actually I didn’t, but now that you are pointing it out… Wait… Do you really think I can achieve anything in my life?” disse Francesca arrossendo un poco.
“I don’t really have to tell you that. You are on the right path to find it out by yourself, day after day… But let me walk you home, can I?” disse John abbracciandola con affetto.

Adesso era da sola e rifletteva su tutto quello che era successo in quel lungo pomeriggio: lo shadowing, il parlare un po’ in inglese e in italiano, la storia della spazzatura raccolta e messa via, la bella chiacchierata, il bacio e la risposta alla domanda che si era posta poco prima. Era stato il tramonto magico che si erano attardati a guardare insieme a farla lasciare andare e farle baciare John? Si rispose che forse le circostanze e l’ambiente avevano contribuito, ma erano stati entrambi a volere quel bacio, erano stati entrambi a vivere quel momento ed era lei che poteva fare tutte quelle piccole azioni che le potevano permettere di migliorare la sua vita giorno dopo giorno, muovendosi anche lei verso la direzione che stava tracciando. Cominciava davvero a credere di poter ottenere davvero tutto nella sua vita. Tutto era veramente possibile e stava a lei far pendere la bilancia verso le cose per cui aveva piacere vivere un giorno dopo l’altro. E con questi pensieri si addormentò serenamente, preparandosi ad una notte di sogni. Forse quei sogni e quella notte di sonno profondo e piacevole le avrebbero permesso di integrare tutte quelle esperienze che stava vivendo giorno dopo giorno da quando stava mettendo in pratica il suo proposito di praticare l’inglese un po’ al giorno, tutti i giorni.

Cosa succederà domani?
Continua? Dipende sempre da te. 🙂

Be’ oggi mi sono proprio divertito a spiegarti gli altri due livelli di shadowing (di cui avevo parlato nel video con Conor) grazie alla storia di Francesca e John . Mi sono anche divertito a presentarti un esercizio teatrale che ho conosciuto grazie a Maria Grazie Teramo di Laboart Tropea e che aiuta a creare una connessione con un’altra persona. L’hai mai fatto?

Adesso ho una domanda per te:

Come ti piacerebbe che finisse la storia tra John e Francesca?

Fammi sapere nei commenti cosa ne pensi e cosa vorresti che succedesse tra loro:-)

Ricorda che se questa storia (con tutti gli episodi precedenti) ti piace, puoi dimostrarlo condividendola con i tuoi amici e con chi ti sta a cuore. Grazie mille!

Un abbraccio da Antonio

 

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Una storia per parlare l’inglese magicamente – 9

Francesca non riusciva a credere di aver detto quello che aveva detto. A volte è strano come la mente parta in strane associazioni per riattivare delle idee, dei pensieri, che possono servire a far crescere noi e quelli che ci stanno intorno. Era con queste riflessioni che si ritrovava davanti allo specchio di casa sua a prepararsi per la notte.

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Foto di Milly

La cena era stata davvero piacevole. Alla fine avevano deciso di andare a casa di Massimo, e a cucinare erano stati lui e Stefano. John si era limitato a indossare un grembiulino e a dare il suo contributo nella pulizia delle cozze. La cosa veramente sorprendente per lei era che erano stati degli uomini a preparare quella che considerava una delle migliori impepate di cozze mai assaporate in vita sua. Francesca e Tania erano rimaste piacevolmente sorprese da quella bontà. Loro non avevano fatto niente, a parte “preparare” uno squisito gelato di fine cena… comprandolo in gelateria. Ma l’impepata e il gelato non erano le sole cose che avevano assaporato quella sera. A parte il tortino di patate e tonno, che proprio si scioglieva in bocca, e il buon vino ad accompagnare il tutto, quello di cui si erano nutriti tutti e cinque era anche cibo per la mente.

Si erano infatti messi a parlare dei propri sogni e di quello che avrebbero voluto e potuto realizzare nella loro vita. Si erano create due fazioni. C’era da una parte chi credeva che non si potesse vivere dei propri sogni, perché alla fine bisognava pur mettere qualcosa da mangiare in tavola e la vita presentava sempre il conto: bisognava far fronte alle proprie responsabilità, magari svolgendo un lavoro che proprio non piaceva. Dall’altra c’era invece chi diceva che se fai una cosa con passione e ti impegni giorno dopo giorno alla fine anche i soldi arrivano. Stranamente Stefano, che negli ultimi tempi aveva dato prova di essere in grado di realizzare e imparare tutto – e quei prelibati piatti erano solo una piccola prova di tutto quello che era in grado di fare – era dalla parte di chi era più realista.

“Una pia illusione. Ecco in cosa crede chi pensa di poter fare il lavoro dei propri sogni!” aveva detto Stefano risoluto. Anche Massimo, nonostante la vitalità e la voglia di scherzare, sempre presenti, era del suo stesso parere.

Tania e John invece si erano davvero infervorati a cavalcare il loro cavallo di battaglia: “Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua.

E Francesca? Cosa pensava? Era rimasta un po’ in disparte nell’accesa discussione, come se stesse elaborando quello che stava ascoltando. Poi aveva cominciato a parlare.
“Come al solito sta a me far pendere l’ago della bilancia, vero?”
“Proprio così, Francesca, pendiamo dalle tue labbra. Chi ha ragione?” disse John curioso di conoscere i pensieri della sua compagna di tandem.

“Sapete come la penso io? La verità non sta mai tutta da un lato o dall’altro. Non è mai tutto bianco o tutto nero. Ci sono così tante sfumature in ogni ragionamento che possiamo fare che non posso dirvi chi ha ragione e chi ha torto. Non voglio chiedervi, come altri potrebbero fare, se il bicchiere che vedete davanti a voi sia mezzo pieno o mezzo vuoto. Infatti adesso forse vi stupirò con la mia perla di saggezza. Fate attenzione a quello che sto per dirvi, perché forse non sarò in grado di ripeterlo…” fece una pausa significativa, mentre gli altri erano sempre più incuriositi da quanto lei stesse per dire. Cosa avrebbe potuto mai dire per farli spostare un po’ dalle loro rigide posizioni?

Il giusto e lo sbagliato dipendono dalle situazioni. Nella situazione appropriata niente è sbagliato. Senza l’appropriata situazione, niente è giusto. Quel che è giusto in un caso non è giusto in un altro. Quel che è sbagliato in un caso non è sbagliato in un altro” disse Francesca con una sicurezza di cui si era stupita anche lei stessa.

“Così è facile, però… Vuoi dire che qualunque cosa tu faccia potresti fare bene o fare male, a seconda della situazione, vero?” chiese Stefano facendo una faccia che nemmeno uno scettico del CICAP avrebbe saputo fare meglio.

“Se ci pensi un po’ Stefano, è proprio così. Quando qualche giorno fa ho cominciato a praticare regolarmente con la lingua inglese, non potevo sapere se quello che stavo facendo fosse giusto per me. A dire il vero non lo so ancora. Ma a volte possiamo scoprire solo dopo se abbiamo fatto bene o male. Oggi, per esempio, mi sono messa a fare una cosa che non credevo avrei mai fatto…” Francesca era stata interrotta da Tania che volle aggiungere qualcosa di suo.

“Ma che ci avete messo nel vino? Le pillole della saggezza?” aveva scherzato prima di aggiungere la sua…
“Sapete che mi avete fatto tornare in mente una cosa?” aveva domandato retoricamente, senza aspettare che gli altri continuassero, dato che adesso erano anche curiosi di scoprire cosa avesse fatto Francesca quel giorno per migliorare il suo inglese.
Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. Ognuno vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazione. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno ‘schizzo’ è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo solo di qualche cosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, una abbozzo senza quadro.” disse in modo terribilmente coinvolgente Tania, tanto da lasciare spiazzati gli altri.

“Lo so, sembro un libro stampato, e se vi chiedete se sia mio questo pensiero, la risposta è no. Non lo è. Si tratta di uno dei tanti brani che ho annotato da un libro di Milan Kundera. Questo brano che vi ho citato è appeso nella mia camera e me ne sono ricordata non appena Francesca ha cominciato a parlare. Ormai lo conosco a memoria!” aveva detto orgogliosamente Tania.

“Credo davvero di doverci dormire su, per fare mie queste perle di saggezza… Comunque mi sa proprio che non vi abbiamo dato del vino, ma un elisir di saggezza” aveva detto Stefano mentre tutti si mettevano a ridere.

Dopo essersi fatto spiegare alcune parole che forse non aveva capito nelle frasi di Tania, John era curioso di sapere cosa avesse fatto Francesca con il suo inglese quel giorno. E lei era stata felice di accontentarlo.
“Oggi mi sono messa fare una cosa che si chiama shadowing.” aveva detto Francesca.

“Mi dà l’idea di qualcosa di tenebroso”, era intervenuto Massimo… “Non ti sarai mica avventurata nel lato oscuro della forza per migliorare il tuo inglese? Cos’è questo shadowing?”
“Si tratta di ripetere a voce alta, mentre lo si ascolta e più contemporaneamente che si può, il testo della lezione d’inglese… Ho sempre creduto che ripetere a pappagallo qualcosa fosse qualcosa di sbagliato, ma evidentemente mi sbagliavo… Forse è anche per questa ragione che me ne sono venuta fuori con quel pensiero sul giusto e sullo sbagliato. Chissà.” aveva pensato a voce alta.

“Da quel che ho potuto scoprire poi, lo shadowing è fondamentale per acquisire un buon accento, oltre che per allenare la mia lingua e la mia mente a parlare l’inglese sempre meglio. Ho persino trovato un video in cui l’autore del libro che sto usando ne parla dicendo anche che si può fare in tre modi diversi” aveva spiegato Francesca interrompendosi sul più bello.


“E quali sarebbero?” aveva chiesto Massimo, ora incuriosito anche lui dall’argomento.
“Be’, gli altri due non mi sono ancora del tutto chiari. Io per ora ho messo in pratica quello più facile. Ho fatto partire l’audio e ho letto a voce alta il testo mentre lo ascoltavo. Credo che per lanciarmi con gli altri due modi di farlo abbia bisogno di un altro po’ di pratica.” confessò Francesca.
“Perché non ne parliamo domani al nostro secondo incontro di tandem? Ti va di andare al mare insieme?” le aveva chiesto John alzando leggermente il sopracciglio destro nel farlo.
“Già, perché no?” aveva risposto Francesca, sorridendo con un’inaspettata complicità.
La serata si era conclusa tra risate, scherzi e una bella foto in cui Massimo tagliava l’anguria mentre tutti erano appoggiati a lui senza fare un bel niente, a parte posare per una bella foto scattata con l’autoscatto. “Eh sì, uno lavora e 4 non fanno nulla” aveva detto scherzando.

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“Disegnino” mio (29/12/2015)

Francesca rideva ancora ripensandoci mentre finiva di struccarsi e rifletteva su quanto di buono aveva mangiato in quella bella serata tra amici, non solo con la bocca, ma anche con la mente. Eh sì, avevano mangiato anche del buon cibo per la mente, pensava. Ed ora era a letto, sorridente. Si sentiva come se quel suo praticare l’inglese giorno dopo giorno avesse piantato un seme nella sua mente e lei se ne stava prendendo cura. Si disse un’affermazione positiva e si addormentò piacevolmente in un sonno piacevole e profondo, accompagnata da sogni che le avrebbero permesso di integrare quello che aveva imparato in quell’altra lunga giornata.

Cosa succederà domani?

Continua? Dipende solo da te! 🙂

Oggi mentre scrivevo mi è tornato in mente un libro che ho letto più o meno tanti anni fa… Non mi ricordo molto di quel libro, ma il brano di Kundera citato dalla Tania di fantasia della storia, quello sì che lo ricordo. Ringrazio tanto Maria per avermelo prestato in un momento in cui avevo davvero bisogno di leggerlo. Un altro brano che mi è tornato in mente è quello del giusto e dello sbagliato di cui parla Francesca: è di Nick Hindley e l’ho letto nella raccolta di storie di Nick Owen (Le parole portano lontano).

E a te? Come sta andando con il corso? Ti va di condividere le tue idee, impressioni nella pagina delle recensioni di Amazon? Fammi sapere cosa pensi del corso!

Un abbraccio da Antonio

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Una storia per parlare l’inglese magicamente-8

Francesca era stata davvero brava. Erano infatti passati otto giorni da quando aveva comprato quel libro che le stava facendo sperimentare quel modo tutto nuovo per raggiungere il suo obiettivo di parlare l’inglese sempre meglio. Aveva seguito molti dei passi spiegati nella sezione “How to use this course” e, ancora più importante , era stata costante. Aveva preso quell’impegno, pubblicando quella frase su Facebook e stava tenendo fede alle sue parole.facebook2

Tutto questo mentre la sua vita andava avanti, tra lavoro, uscite e nuove conoscenze. Eh sì, perché, manco a farlo apposta aveva anche conosciuto John e ci era persino uscita il giorno prima per fare la sua prima esperienza di tandem. E le era davvero piaciuta, come esperienza. Adesso era tentata di saltare qualche passo di quelli suggeriti, così, per arrivare prima alla fine del corso, ma poi si ricordò di un aforisma che aveva letto diverso tempo prima:

“Non importa se vai avanti piano, l’importante è che non ti fermi”

Confucio

Per completare il lavoro sulla prima lezione, le mancavano ancora alcuni passi. Stava facendo mente locale, ripensando alle cose che aveva già fatto con quella prima lezione. Mentre lo faceva ripensava anche a tutto ciò di cui, per una serie fortunata di coincidenze, aveva fatto esperienza. Com’era possibile che le fossero successe tutte quelle cose in quel breve periodo di tempo? Quando aveva ascoltato per la prima volta l’audio bilingue era nella sua spiaggia preferita a godersi il mare e il sole della sua amata Tropea. Quando invece aveva letto e ascoltato il testo contemporaneamente aveva ricevuto quella telefonata di Massimo con quella proposta “indecente” di fare un tandem con suo cugino John. Che tipo quel John, ripensò. Il giorno in cui al Tropea Blues aveva persino scoperto che era anche un bravo cantante, aveva ascoltato per la prima volta l’audio solo in inglese di quella lezione del corso e aveva capito tutto… con sua grande soddisfazione, così come era riuscita a seguire le parole della canzone cantata da John. La sera in cui aveva mangiato un panino con la sua combriccola di amici l’aveva conosciuto e aveva cominciato a parlarci in inglese: era anche il giorno in cui aveva scritto le sue prime travel notes. Solo il giorno prima, invece, aveva fatto la sua prima esperienza di tandem e aveva anche ascoltato e risposto  alle questions alla fine della lezione.

Cosa poteva fare ancora per assorbire ad un livello profondo l’inglese trasmesso da quella lezione? Tra i vari passi mancanti, ce n’era uno che proprio temeva… quello di creare la sua mappa mentale. Cosa la disturbava in quel passo? Ci pensò su e si ricordo del corso di disegno che aveva abbandonato e che Tania non smetteva mai di ricordarle. Perché lo aveva abbandonato poi? A quei tempi si era detta che non aveva tempo per seguirlo; del resto chi era lei per credere di essere in grado di disegnare? E che disegni invece facevano gli altri! Ripensandoci, si rendeva conto che forse quelle erano semplicemente delle scuse, scuse che lei si diceva solo per giustificare il suo repentino abbandono del corso. Perché aveva poi così tanta paura di disegnare? Dopotutto quando era bambina ogni volta che disegnava qualcosa, che fosse una casetta o un elefante mangiato da un boa, ne era veramente orgogliosa. Non riusciva proprio a ricordarsi del motivo per cui era “bloccata”. Ma era poi così importante conoscerne il motivo? Si ricordò però che nello scrivere le sue travel notes, aveva abbozzato qualche scarabocchio che poteva persino essere considerato un disegno. Forse era l’occasione per superare anche quell’ostacolo che le si poneva davanti e ritornare ad essere orgogliosa dei suoi disegni. Se c’era una persona che l’avrebbe potuta aiutare, quella era Tania. Lei che lo aveva finito quel dannato corso di disegno. Decise di chiamarla.

“Allora, com’è andato il tuo tandem?” Fu la primissima domanda di Tania, curiosissima di sapere qualcosa di più su quell’incontro.

“Vieni a prendere un caffè da me, ti va? Vorrei parlarti anche di quello.”

“Sì, dai, anch’io ti devo dire qualcosa che faremo insieme domani sera” disse senza ammettere repliche Tania, chiudendo la conversazione con un semplice:

“A più tardi, allora!”

Mentre la macchinetta era già sul fuoco, Tania aveva cominciato a interrogare Francesca…
“Allora, che tipo è ‘sto John? Ti piace?”
“Mi piace…” disse Francesca lasciando in sospeso la frase.
“E’ un ma quello che viene dopo?” chiese Tania come se stesse leggendo un libro aperto.
“Ma come cavolo fai? A leggermi nella mente, intendo.” pensò a voce alta Francesca.

“Te lo spiegherò un giorno, magari, ma dimmi dimmi.”
“Magari è meglio che ne parliamo dopo, che ne dici? Anche perché vorrei chiederti: come posso fare una mappa mentale io che non so disegnare?”
“Come fai a essere sicura di non saper disegnare?” chiese subito Tania.
“Be’, ti ricordi il corso, no? A ripensarci bene, l’ho abbandonato perché i vostri disegni erano così belli rispetto ai miei… Sai come sono io, no? Spesso prendo a metro gli altri.” confessò Francesca cercando di distogliere lo sguardo da Tania.
“Eh, sì, spesso prendevi a metro gli altri, però, lascia che ti dica una cosa in cui credo fermamente. Sai perché gli altri stanno meglio e fanno meglio? Forse perché gli altri non guardano gli altri se non per imparare da loro. Il fatto che tu ne stia parlando comunque ti rende onore, perché ci vuole coraggio a riconoscere i propri punti deboli. E una volta riconosciuti sai cosa si può fare?” concluse Tania la sua perla di saggezza in modo interrogativo.
Agire?” rispose timidamente Francesca, rimanendo stupita dalle parole così profonde che erano uscite da quella biondona che era la sua migliore amica.
“Proprio così! Eppoi c’è una cosa che dimentichi. Per fare una mappa mentale non c’è bisogno che tu sia Leonardo da Vinci. I disegni che metti in una mappa sono solo dei simboli che ti aiutano a fissare nella mente un concetto. E devono piacere solo a te! Comunque, mentre parlo mi è tornato in mente cosa ci ha fatto fare l’insegnante proprio all’inizio del corso. Possiiiible che non ti ricordi di averlo fatto anche tu?” chiese Tania, accentuando proprio quella parola:”possibile”.
“Cosa?”
“Lui l’ha presentato come se fosse un gioco, perciò lo possiamo fare anche noi allo stesso modo. E dato che stiamo parlando di disegnare, ti chiedo:
C’è qualcosa, magari un ostacolo, che ti può impedire di disegnare?”
Ho paura di sbagliare e ho paura che i miei disegni non piacciano.” confessò nuovamente Francesca.
“Be’, puoi scrivere questa frase? Scrivila come te la detto io: ‘Finora avevo paura di di sbagliare e avevo paura che i miei disegni non piacessero'”
Francesca sapeva che quando Tania si metteva in testa qualcosa era meglio fare come diceva lei, perciò seguì alla lettera quell’ordine perentorio e scrisse quella frase.
“Bene, adesso, aggiungi un grande ‘MA’ e rispondi a questo: quale piccola azione puoi fare oggi per superare costruttivamente questa tua paura?” chiese ancora Tania.

“Be’ potrei lasciarmi andare e fare la mia prima mappa mentale già oggi stesso” disse Francesca leggermente più distesa.
“E’ davvero un’ottima idea… Scrivi la frase che mi hai detto, ma evita il condizionale, per favore!” disse Tania alzando amichevolmente la voce.
Posso lasciarmi andare e fare la mia prima mappa mentale oggi” scrisse Francesca.
“Bene, ora ho una proposta da farti. Io oggi vorrei ascoltare per la prima volta l’audio solo in inglese, ma sarò felice di ascoltarlo insieme a te, mentre tu ti dai da fare a creare la tua prima mappa mentale. Sai come si fa, no? Al centro del foglio bianco orientato in modo orizzontale crei qualcosa che ti ricordi la lezione: il tuo punto di partenza. Poi da lì fai partire i rami: ad ogni ramo puoi inserire una parola e un disegnino che ti aiuti a fissare le idee collegate a quello che hai ascoltato… Questo in teoria, in pratica tu adesso puoi sbizzarrirti, mentre ascoltiamo l’audio. Eccoti un foglio di carta e le penne colorate. Divertiti!”

E schiacciò play senza aspettare una risposta da Francesca. Così l’audio partì e mentre Tania si rilassava piacevolmente ad occhi chiusi, ascoltando e capendo l’audio in inglese, Francesca prese le penne colorate e cominciò a creare la sua immagine centrale.

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Si lasciò andare veramente perché sul foglio spuntarono due testpalloncinoe, una con i capelli biondi, l’altra riccia e castana. “Mmmh…Niente male”, pensò…

Completò l’immagine centrale scrivendo il titolo del corso. Mentre la voce rilassante andava avanti, si trovò a disegnare un palloncino giallo, scrivendoci dentro “relaxing voice”.
Mentre disegnava e scriveva, le saltò in mente il suo rapporto con Tania e scrisse proprio quella parola in inglese: “Empathy”. Ripensando alle opportunità che le apriva l’inglese, disegnò un mondo. Rifletté su quello che significava per lei imparare semplicemente, alle risate, ai sorrisi e al divertimento che stava avendo in quei giorni e si sentiva veramente bene nel colorare e disegnare.

mondo

L’audio era finito, Tania aveva aperto gli occhi, fresca e riposata come se fosse stata (anche lei) in un centro benessere. Francesca, emozionatissima come una bambina che ha appena ricevuto un bacino dal suo papà, le mostrava orgogliosa la sua prima mappa mentale.

Mappa-Mentale-Tania

“Wow! Ma tu non eri quella che non sapeva disegnare? Quella sono proprio io! Sono veramente bella, vero?” disse scherzando Tania.

“Lo sei! E lo sono anch’io, come puoi vedere!” replicò Francesca cominciando a ridere. Entrambe si misero a ridere di gusto.

A Tania piacque quella mappa mentale. Sapeva che tecnicamente Francesca aveva peccato in qualcosa: avrebbe dovuto mettere una sola parola e un simbolo su ogni ramo, ma chi se ne fregava, era l’interpretazione personale di Francesca e le piaceva davvero, perciò mise a tacere la sua parte critica e continuò a ridere di gusto.

“Grazie, Tania! Davvero, grazie di cuore per tutto quello che stai facendo per me!” disse con gli occhi lucidi Francesca.
Tania accettò quelle parole con gioia e capì che quello poteva essere il momento giusto per sferrare il suo amichevole attacco.
“Sì, vabbe’. Però ora dimmi di John. C’è possibilità che scappi via con lui in America a Natale?”
“Dai, Tania! Che dici? Ci siamo appena conosciuti, sarebbe da matti fare una cosa del genere, però…”
“Però?”
“Be’, devo ammetterlo, John mi piace molto, ma…”
“Ma cosa?”
“Non lo so ancora… devo conoscerlo meglio. Piuttosto, tu cosa volevi dirmi? Cosa dobbiamo fare domani sera insieme?”
“Be’, che puoi conoscerlo meglio a cena a casa di Stefano o di Massimo  domani sera: ci sarà anche lui. E ci sarai anche tu, vero?” disse Tania con il suo solito sguardo da furbacchiona.
“E come posso dirti di no?” disse sorridendo Francesca.

Anche quella giornata volgeva al termine e Francesca era felice di aver riportato a casa la sua prima mappa mentale. Che bella che era! Eppure doveva crederci: l’aveva fatta proprio lei! Si addormentò sorridendo, ripensando piacevolmente alla giornata, alle sue scoperte, a quei passi ulteriori che la stavano avvicinando al suo obiettivo di parlare l’inglese sempre meglio. Ed era felice, sapendo che durante la notte una parte di lei, mentre avrebbe dormito profondamente e sognato piacevolmente, avrebbe integrato tutto quello che aveva imparato quel giorno.
Cosa succederà domani?

Continua? Dipende sempre da te!

In questo episodio Francesca ha fatto la sua prima mappa mentale. In realtà, devo dirti che la mappa mentale che trovi in questa pagina è stata fatta da Tania, quella del mondo reale, che gentilmente mi ha offerto questa sua interpretazione del corso che sta seguendo anche lei. E tu? Hai già fatto la tua prima mappa mentale? Se ti va di condividerla con me, potrei anche pubblicarla su questa pagina, dove tra l’altro trovi tante informazioni sulle mappe mentali. Grazie mille!

Antonio

P.s.: Ti segnalo che il corso sta avendo le sue prime recensioni. Alcune sono già su amazon. Sei d’accordo con quanto hanno scritto Luigi e Massimo? Perché non mi aiuti e scrivi anche tu la tua piccola recensione? Aiutami anche tu a far conoscere il corso! Grazie di cuore e…

Buone feste!

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Una storia per parlare l’inglese magicamente-7

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Foto da Wikipedia

“So, Can you tell me something about Tropea today? ” le disse sorridendo John. Si erano incontrati in Piazza Ercole intorno alle 5 di quel pomeriggio un po’ nuvoloso dell’ultima metà di settembre. La temperatura era piacevole e Francesca era felice di quell’incontro, ma al tempo stesso, nonostante ne avessero parlato, sapeva che nella realtà poteva essere tutta un’altra cosa. Era un po’ tesa e John lo aveva notato.

“È normale essere un po’ agitati quando si fa qualcosa di nuovo. Allora, sai cosa bisogna fare per parlare l’inglese sempre meglio? Bisogna darsi il permesso di essere ancora più agitati. Francesca, hai già il mio permesso. Tu hai il tuo?” le disse John, come se riuscisse a leggerle nel pensiero.
Francesca sorrise solo con la bocca. Gli occhi erano ancora un po’ tesi. Era uno di quei sorrisi finti che faceva quando non era convinta di qualcosa. Se ne rese conto e provò a seguire il consiglio di John, ma senza successo. Poi si ricordò della scatola colorata con i colori dell’arcobaleno nella quale aveva a disposizione la gioia, la sicurezza e la curiosità di scoprire e parlare la sua lingua obiettivo: l’inglese! “Anch’io ho il mio permesso.” disse con un tono poco poco più disteso.

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“Bene. Ti sei data il permesso. Adesso, puoi fare come me?” le chiese John con una faccia che non lasciava trapelare le sue intenzioni. Cosa aveva in mente?
“Trust me. Fa’ come io! Ok?”
A quel punto John scoppiò a ridere senza che ci fosse alcun motivo apparente… Una risata davvero forte, di pancia, tanto che altre persone nella piazzetta cominciarono ad osservarlo e a sorridere, per poi scoppiare a ridere anche loro. Francesca era davvero spiazzata: inizialmente non sapeva cosa pensare – “Ma questo è matto?”-o cosa fare – “Scappo via?” – poi la risata di John fu così contagiosa che le sue labbra si dischiusero e accennò un sorriso. Quel sorriso si trasformò entro pochi secondi in risata, dapprima un po’ forzata, stiracchiata. Subito dopo, dato che John non accennava a fermarsi, Francesca cominciò a ridere fragorosamente. La risata le partiva dal cuore, con gli occhi socchiusi e colmi di luce e gioia. Adesso si sentiva meglio, come quando in passato era scoppiata a ridere incontrollabilmente e la pancia le faceva quasi male. Se quello era un modo per rompere il ghiaccio, John aveva fatto centro.

“Bene. Oggi vorrei raccontarti una storia che può sembrare triste all’inizio, ma ascoltala fino in fondo, per favore. Annota mentalmente o per iscritto i punti in cui tu diresti la frase diversamente e poi alla fine mi dici cosa devo migliorare, ok?” cominciò senza dare un attimo di tregua a Francesca. Non le restò che ascoltare.

“Un pensionato è stato rimandato a casa dall’ospedale. Ai parenti hanno detto che la sua malattia è incurabile, ma nessuno lo ha detto lui. Quando è tornato a casa questo signore ha cominciato ad alzarsi, a fare passeggiate, a curare un po’ il giardino. I parenti pensavano:”Può morire da un momento all’altro” ed eravano tristi. Sono passati sei mesi e si sono preoccupati. Loro sono andati dal dottore e hanno detto lui che loro parente era ancora vivo. Il dottore era sorpreso, perché pensa che è già morto a quel tempo, e ha detto che vuole visitarlo”
John si interruppe improvvisamente come se non volesse andare avanti. “Fine della storia”, disse.

“MMmmhh, Non può essere finita così” disse con perspicacia Francesca.
“Facciamo finta che è finita. Cosa mi puoi dire per aiutarmi con il mio italiano?
“A parte che non credo che sia finita così e sono davvero curiosa di sapere cosa sia successo dopo… Facciamo finta che sia finita, per ora. Come ieri sera sei stata bravo a parlare. Io ho capito quello che mi hai detto anche se hai fatto qualche errore qua e là. Se riesco a fare la brava a non chiederti con insistenza come continua la storia, invece di dirti direttamente gli errori, vorrei farti delle domande, a cui tu puoi rispondere più velocemente che puoi, senza pensarci troppo”.

Proprio quella mattina Francesca aveva ascoltato l’audio intitolato “Questions”. C’erano alcune domande relative all’audio che aveva già ascoltato diverse volte quella settimana. Aveva risposto a quelle domande più velocemente che poteva. Aveva capito che quell’esercizio poteva essere utile per sbloccare chi pensava troppo quando parlava una lingua straniera, ma anche per correggere indirettamente degli errori.

[Prima di andare avanti con la lettura, perché non ascolti l’audio delle domande anche tu? Rispondi più velocemente che puoi!

Speak-english-magically-questions.png

E dopo aver risposto, continua con la lettura. Buon divertimento!]

John era d’accordo, perciò Francesca cominciò.
“Rispondi più velocemente che puoi e con poche parole. Questo giovane uomo è stato rimandato a casa. Vero?”
” Falso. Era anziano e in pensione” rispose sorridendo.
“Bravo! Dov’è stato rimandato questo signore anziano?
“A casa di lui”
“A casa sua. Bravo! Da dove?”
“Dall’ospedale”
“Cosa aveva?”
“Era malato gravemente”.
“(A lui) gliel’hanno detto?”
“No. Non gliel’hanno detto!
“Bravo! I parenti erano felici?”
“Erano tristi.”
“Cosa ha cominciato a fare il protagonista della tua storia?”
“Ha cominciato a passeggiare e a curare il giardino”
“Bravo! Dopo sei mesi i parenti erano ancora tristi?”
“No, erano preoccupati”
“Cosa hanno fatto allora?”
“Sono andati dal dottore”
“Bravo. E cosa voleva fare il dottore dopo sei mesi?”
“Voleva visitarlo!”

“Bravo! Ora dovresti raccontarmi come finisce la storia, però.” disse Francesca sempre più curiosa a quel punto.
“I could, but now I think it’s time for you to speak English better and better. I’ll tell you the end of the story later. I’ll promise. Can you tell me something about Tropea now?” chiese in inglese adesso, sorridendo in modo furbo.

Nonostante Francesca si chiedesse come mai prima John si fosse fermato improvvisamente mentre raccontava e fosse molto curiosa di sapere come sarebbe finita quella storia, capì che ora era il suo turno di parlare in inglese perché dopotutto l’obiettivo di quell’incontro era proprio quello di aiutarsi reciprocamente nelle lingue che stavano imparando.

“Can we walk?” disse Francesca sorridendo. Si misero a passeggiare nel centro storico mentre Francesca raccontava un po’ della storia del suo amato paese in un inglese semplice e comprensibile. “The history about Tropea is very interesting but, today I’ll tell you about something that was invented in Tropea, as well as a mistery”. Aveva anche lei qualche storia interessante da raccontare. Così Francesca parlò dei fratelli Vianeo e delle tecniche di chirurgia plastica inventate da loro. Si stava divertendo a raccontare in inglese e lo si poteva notare. Spiegò con parole semplici e riuscendo ad apparire anche preparata ed autorevole che la tecnica di ricostruzione del naso era basata sull’auto-plastica. Bisognava prendere una parte di pelle dal proprio braccio e poi stare fermi con il braccio attaccato al viso fino alla guarigione. Raccontò di un signore napoletano senza naso, che non voleva prendere la carne dal proprio braccio; perciò promise la libertà ad uno schiavo in cambio di un pezzo di carne tolta dal suo braccio. Il naso fu rifatto e lo schiavo liberato. Dopo tre anni lo schiavo morì di morte naturale e anche il naso rifatto si marcì.

 

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Zio Tibia in italiano o Uncle Creepy in inglese. Foto da Google.

“Phew. It looks like an Uncle Creepy’s story. I didn’t know you liked these kind of misteries” disse Jhon sorpreso da quel racconto. “You never know what a girl may like” disse Francesca sorridendo anche lei furbamente. John decise di fare anche lui qualche domanda facile facile a Francesca per aiutarla a fissare il vocabolario usato in quella storia misteriosa. In quel modo riuscì anche a correggere indirettamente i piccoli errori che Francesca poteva aver fatto.

Intanto erano scesi un po’ per il corso Vittorio Emanuele e poi avevano preso una stradina a sinistra verso Piazza Cannone. A quel punto Francesca aveva un’altra sorpresa misteriosa. “Have you got a one dollar bill?”

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Foto da Wikipedia

John aprì il portafogli e prese una banconota da un dollaro, non sapendo dove Francesca volesse andare a parare.“Look at that symbol and then look at the symbol that there is on your bill”, disse Francesca mostrando il simbolo che si poteva vedere chiaramente sulla facciata di quella chiesa ormai abbandonata. Era il simbolo massonico dell’occhio della provvidenza, presente anche sulla banconota che John aveva tirato fuori. 

San-Giacomo-Tropea

La chiesa di San Giacomo. Foto di Filgerma da Panoramio.

“Don’t ask me why it’s there and on your one dollar bill, because I don’t know the answer.” disse Francesca allargando le braccia e sorridendo.
“Me neither. But wow. Tropea is much more interesting than I thought! Thank you for showing me this!”
“Ok. Ho fatto la brava finora, ma adesso devi proprio raccontarmi cosa è successo in quella storia di prima!” insisté Francesca.
“Ok. Lo faccio. Il dottore gli ha fatto tante analisi. Il vecchio signore era un po’ arrabbiato e non sapeva perché gli facevano tutti quegli esami. Sei mesi prima credeva che era tornato a casa dopo essere stato guarito. Non lo avrebbero potuto mandare a casa senza guarirlo. Questo credeva… mio padre. Eh sì, perché quel signore anziano era mio padre! Il medico ha detto che probabilmente avevano sbagliato diagnosi o forse c’è stata una inspiegabile remissione spontanea. Non lo sapremo mai…” disse visibilmente emozionato John.
Francesca era rimasta molto sorpresa da quella storia e stava per chiedergli qualcosa di più su suo padre, quando John continuò a parlare.
“Sai cosa mi ha insegnato questa storia? Che non si deve aspettare di stare male per fare quello che vogliamo fare. Mio padre è stato fortunato ed è guarito. Ma anche se non fosse guarito, aveva cominciato a fare le cose che gli piaceva veramente fare ed era felice. Venendo qui in Italia, viaggiando, suonando al concerto l’altra sera, imparando l’italiano, chiacchierando con te, io sto facendo quello che mi piace fare e sono felice. Posso sembrarti egoista, ma voglio vivere la mia vita pienamente. Che ne pensi?”
Francesca rimase un po’ stordita da quella storia, dalla passione che traspariva mentre John la raccontava. Inutile mentire a se stessa… Era un bel ragazzo, intelligente e carismatico; sapeva il fatto suo e ci sapeva fare.

La sua reazione sorprese John piacevolmente. Francesca si mise a ridere naturalmente, di pancia, un po’ come aveva fatto John all’inizio del loro incontro.
“Vedo che stai imparando, eh?” e scoppiò a ridere anche lui.
Il tempo era volato inaspettatamente. Decisero che si sarebbero rivisti dopo qualche giorno per ripetere quell’esperienza che gli aveva permesso di vivere le lingue che stavano imparando, usandole e acquisendole in un modo naturale e piacevole.

Ora Francesca era a casa, poco prima di andare a dormire, e ripensava a quello che aveva fatto quel giorno, a come aveva parlato in inglese, a quello di cui aveva parlato: le risate, il fatto di darsi il permesso di essere più agitata prima di lasciarsi andare e ridere anche lei. Pensò a John e alla storia di suo padre. Stava davvero facendo quello che voleva veramente anche lei? Non volle rispondere in quel momento a quella domanda. Decise di concentrarsi per un po’ sul suo corpo e sul suo respiro prima di addormentarsi piacevolmente e profondamente, permettendo a quel sonno e a quei sogni di integrare quelle esperienze nel suo percorso verso la padronanza della lingua inglese e forse anche verso una vita migliore. Cosa sarebbe successo l’indomani?

Continua? Dipende solo da te!

Oggi mi sono fatto proprio prendere la mano e ho scritto davvero tanto. Perciò ti ringrazio di cuore per avermi letto fino a qui. Ricorda che se questa storia ti piace, fammelo sapere, magari condividendola sul tuo social network preferito. Allora, relax and enjoy the journey!

Antonio

P.s.: Per completezza e per correttezza ti dico che la storia di cui ha parlato John è liberamente ispirata ad una storia di cui parla Richard Bandler nel suo libro Scelgo la libertà. La storia del mistero della plastica è riportata invece nel libro Guida alla Calabria misteriosa di Guido Palange.

 

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Una storia per parlare l’inglese magicamente – 6

Francesca era rimasta a chiacchierare piacevolmente in inglese per almeno dieci minuti prima di accorgersi di quello che era successo.

“Andiamo a mangiare un panino” le aveva detto Tania, con cui ormai trascorreva un giorno sì e pure l’altro. Si erano viste in piazza Cannone al tramonto e lì avevano potuto ammirare il sole che, dopo aver riscaldato un’altra giornata settembrina, spariva all’orizzonte, tuffandosi nel mare e lasciando al suo posto i magici colori dell’imbrunire. Anche loro si erano fermate ad ammirare quello spettacolo che ogni sera in molti cercavano – forse invano – di immortalare in una foto, a volte dimenticando persino di goderselo per quello che era: un momento da vivere pienamente in silenzio, con tutte le belle sensazioni che la vista di un tramonto magico come quello poteva dare.

tramonto-tropea

Foto di S. S.

Dopo una bella passeggiata nel centro storico, erano andate alla paninoteca Fame da Lupi. L’ambiente era piccolo ma accogliente, con una piacevole musica di sottofondo. Appena entrate, una voce familiare aveva richiamato la loro attenzione. “Che fate lì? Sedetevi con noi!” aveva detto Stefano, un altro loro caro amico. Stefano era un frequentatore abituale di quel locale ed era conosciuto anche in giro per il mondo per essere in grado di mangiare addirittura due pizze in una sola serata pur rimanendo in forma. Francesca lo conosceva da così tanto tempo che nemmeno si ricordava precisamente di quando questo era avvenuto. Forse erano i tempi in cui d’estate i giovani amavano ancora incontrarsi alla fine del corso. Era il luogo in cui casualmente si era formato un gruppo di ragazzi che si riunivano tutte le sere d’estate, per chiacchierare, scherzare, ridere e vivere quell’età tanto gioiosa quanto imprevedibile che era l’adolescenza. A Francesca piaceva la tenacia con cui Stefano perseguiva le sue passioni. Nel giro di poco tempo era riuscito a diventare sempre più bravo in diversi campi: la cucina, la fotografia, l’inglese, il giardinaggio, solo per nominarne alcuni. Avrebbe dovuto chiedergli come faceva.

“Con noi chi?” Francesca non aveva fatto in tempo a pensare  che Tania si era già seduta al tavolo con Stefano, Massimo e John, suo cugino.
Ci avrebbe parlato finalmente, ma come? In Italiano o in inglese? Stava per ripensare a quando qualche giorno prima era andata nel pallone e aveva fatto scena muta, quando John interruppe il suo treno di pensieri.
“I think I have already met you! ” disse con un sorriso sincero John.
“Yes, that’s true! Sorry for the other day, I just went blank! Anyway, congratulations! I enjoyed your concert yesterday!” disse Francesca in inglese. Stava parlando in inglese, ma non fece in tempo a rendersene conto che John continuò.
“I am happy you enjoyed it. And don’t worry about the other day! Non c’è problema. Succede anche mi con l’italiano. Massimo ha detto me che tu vuoi parlare l’inglese. Io voglio parlare italiano. Possiamo praticare insieme?” disse John passando facilmente dall’inglese all’italiano. Francesca a quel punto era in ballo e decise di ballare.
“Mmmmhhh… Perché non mi hai parlato in italiano l’altro giorno quando mi hai chiesto informazioni su Tropea?”
“Forse per la stessa ragione perché tu non hai risposto alla mia domanda” replicò John con sicurezza stavolta.
“Touché. Dici che succede anche a te con l’italiano, ma stai parlando e, anche se c’è qualche errorino qua e là, riesci a farti capire molto bene.” continuò Francesca.
“Una delle cose più importanti da capire quando si impara una lingua è che bisogna parlarla, dimenticandoci delle figuracce che possiamo fare.” intervenne Massimo introducendo velatamente un altro argomento.
“Si, ma come?” fece Tania.

Stefano, che fino a quel punto era rimasto in silenzio ad ascoltare attentamente disse la sua:”Non so se ve ne siete resi conto tutti e due, ma quello che state facendo è grandioso. Avete parlato un po’ in inglese e un po’ in italiano. Con questo avete dimostrato che una lingua non la si può imparare solo con le regole. La si impara vivendola e usandola.”
“Dai John, racconta un po’ cosa hai combinato tu con quella parola” aggiunse Stefano ridendo, dando corda a Massimo.
“Sentite cosa ha combinato questo mio cugino! Immaginate questa situazione. John viene a salutarvi e poi vi dice “Scusate, devo… “; continuò subito Massimo lasciando la frase a metà.
“Scopare”, la completò John arrossendo non poco.

Poi si era messo a ridere, spiegando che gli era successo di voler dire “scappare” pronunciandolo come se fosse “scopare”. Da quel tavolo si sentirono delle risate così fragorose da coprire la musica.
“Quando finalmente Massimo me ha fatto notare l’errore, ho detto semplicemente ‘Oh, Cavolo!’ Ecco perché tutti me guardavano in modo strano quando io diceva quella parola. Ora l’ho capito!” E ancora a ridere tutti insieme.

A questo punto Francesca era curiosa e chiese qualcosa di più sul tandem. John era disponibilissimo e tra una battuta e l’altra, un sorso di buona birra e un un ottimo panino, aveva spiegato un po’ in italiano un po’ in inglese le regole di base del tandem. Si sarebbero incontrati un paio di volte a settimana, magari anche l’indomani, per un’oretta circa. Per mezz’ora avrebbero parlato solo in inglese, per l’altra mezz’ora solo in italiano in modo informale oppure raccontandosi una piccola storia. Si sarebbero fatti delle domande, e si sarebbero semplicemente goduti quell’esperienza. Un’altra cosa che avrebbero potuto fare insieme sarebbe stata quella di correggere dei piccoli testi scritti, come quello che Francesca aveva scritto quel giorno.

Infatti proprio quel pomeriggio Francesca aveva scritto una paginetta delle sue prime personalissime travel notes e magari – pensava – John avrebbe potuto darci un’occhiata e verificare quello che aveva scritto. Dopo aver letto e ascoltato le istruzioni sul libro aveva semplicemente lasciato scorrere la penna sul foglio bianco e sul foglio si erano materializzati quei disegnini e quelle parole.

[Fai anche tu le tue travel notes. Ascolta le istruzioni nel podcast e lascia scorrere la penna sul foglio.

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Dopo averle scritte,  dai anche tu una sbirciatina alle travel notes di Francesca.

travel-notes-francesca

 

Che ne pensi?]

Stavano parlando in inglese da almeno dieci minuti quando si accorsero che erano solo loro due al tavolo. Gli altri erano spariti: li avevano lasciati da soli! Francesca e John li avevano trovati fuori a chiacchierare e a ridere come amavano fare ogni volta che si vedevano, magari rievocando qualche episodio del passato, parlando del presente o semplicemente del più o del meno.

Era deciso: John e Francesca si sarebbero visti l’indomani per cominciare il loro tandem. Lo avrebbero fatto almeno fino a Natale, periodo in cui John avrebbe fatto ritorno negli Stati Uniti. Ma era ancora presto per pensare a quel momento.

Adesso Francesca era a casa a ripensare a quella giornata e a quella bella serata in compagnia. Di giorno aveva scritto qualcosa e di sera aveva parlato in inglese: era felice di aver fatto degli altri importanti passi verso il suo obiettivo di parlare l’inglese sempre meglio giorno dopo giorno. Si disse proprio quella affermazione positiva (I speak English better and better day after day) e si mise a dormire mentre sorrideva ripensando a tutte le belle cose che le stavano succedendo, preparandosi ad una bella notte di sonno profondo e sogni che le avrebbero permesso di integrare tutto quello di cui aveva fatto esperienza quel giorno.

Continua? Dipende sempre da te:-)

Anche oggi ti ho presentato un altro aspetto del corso Speak English Magically, accompagnato da un altro piccolo pezzo delle avventure di Francesca. Spero che tu ti stia divertendo a leggerle. Ricorda che ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale:-), come sanno i miei amici. Ringraziandoti per aver letto fino in fondo, ti ricordo che puoi rilassarti e goderti il viaggio; perciò: passaparola!

Antonio

P.s.: Un ringraziamento speciale a chi ha capito che fare errori può essere anche un modo memorabile per imparare qualcosa, come gli autori del video che ho incorporato in questa pagina e a cui mi sono evidentemente ispirato per la figuraccia fatta da John.

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Una storia per parlare l’inglese magicamente-5

Francesca aveva fatto davvero tardi quella sera. Si stava preparando per la notte e ripensava alle cose più belle che le erano successe durante quella lunga giornata. Era da un po’ di tempo che aveva preso quell’abitudine: mentre si preparava per andare a dormire rivedeva mentalmente le cose belle della giornata e anche le cose che avrebbe voluto dire o fare diversamente. E di quella giornata c’era veramente molto di bello da ricordare.

A partire da quella bella storia che aveva letto, quella dei tre muratori che lavoravano alla costruzione di un’enorme cattedrale. Era rimasta sorpresa trovando delle similitudini tra quella storia e quello di cui aveva fatto esperienza passando la sua serata ad ascoltare della buona musica. La storia le ritornava in mente durante il tempo che le serviva per struccarsi davanti allo specchio.

Un giovane monaco era stato incaricato di sentire cosa ne pensassero del loro lavoro i muratori che stavano lavorando alla costruzione di quella grandissima cattedrale. Incontrò il primo e gli chiese di parlargli del suo lavoro, mettendosi ad ascoltare con curiosità. “Come vedi sto facendo un lavoro che mi logora ed è sempre uguale. Che soddisfazione c’è? Sarò morto prima che la cattedrale sia costruita, anche solo per un quarto” rispose visibilmente amareggiato e triste.

Mentre pensava a questo monaco, Francesca ripensava anche al primo cantante che aveva ascoltato a Largo Galluppi, la suggestiva piazzetta medievale vicino al liceo scientifico di Tropea da lei frequentato anni prima. Arrivato sul palco, la musica era partita e lui si era messo a suonare, come se stesse facendo la cosa più noiosa del mondo…senza metterci passione per nulla, non curandosi nemmeno del pubblico che era presente numeroso. “Mi ricorda proprio il primo monaco della storia” pensò Francesca.

speak-english-magically-audioAlla fine si era decisa ad andare alla serata del Tropea Blues con Tania, la sua cara amica, così schietta e sincera. Aveva scoperto che anche lei, incuriosita dal libro, lo aveva acquistato e aveva cominciato ad usarlo. Avevano parlato di quanto si fossero rilassate ad ascoltare la traccia audio. Tania aveva ascoltato l’audio bilingue, mentre Francesca quel giorno aveva ascoltato l’audio English Only ed era stata felice perché aveva capito tutto quello che le veniva detto, oltre a rilassarsi piacevolmente con le immagini suggerite dalla splendida voce americana. Ricordandosi della frustrazione provata pochi giorni prima quando aveva incontrato quel turista americano, aveva osato dire a Tania che se lo avesse rivisto oggi, sarebbe stata più serena e avrebbe capito quello che le voleva chiedere e forse gli avrebbe anche risposto. “Chissà. Forse avrai occasione di dimostrarlo molto presto”, aveva detto Tania, come se avesse saputo qualcosa più di lei.

Il secondo mini concerto della serata, nel Largo Antico Sedile, era stato un po’ più coinvolgente. La gente era allegra. Alcune persone ballavano spontaneamente. Anche Tania e Francesca lo avevano fatto per un po’, ma poi si erano fermate pensando che mancasse qualcosa. A loro? O al gruppo?

Mentre si struccava e ripensava agli eventi della giornata, ricollegò il secondo gruppo al secondo muratore… ” Faccio questo lavoro per sfamare la mia famiglia, in modo che i miei figli abbiano una vita migliore” aveva risposto con voce calma e dolce quel bricklayer.

La serata era proseguita piacevolmente fino al gran finale. Tania e Francesca avevano incontrato Massimo proprio sotto il palco in piazza Vittorio Veneto, dove stava per cominciare il terzo e conclusivo mini concerto della serata. A suonare c’era il gruppo Red Onion insieme ad uno special guest. Francesca non sapeva se sentirsi sollevata dal fatto che Massimo fosse da solo, senza il cugino americano di cui le aveva parlato il giorno prima, quasi come se avesse ancora paura di fare quella nuova esperienza che le era stata proposta il giorno prima. Cos’era il tandem, poi? 
“Allora? Dov’è il tuo famoso cugino americano?” disse Francesca con la sicurezza di chi sa di non aver nulla di cui temere.
“Be’, lo sentirai tra poco!” rispose sorridente Massimo.
“Cosa intendi?”
Non fece in tempo a rispondere che la musica era partita… Dapprima lentamente, poi sempre più coinvolgente.

tropeablues.jpgFrancesca non riusciva a vedere bene il palco, dato che erano arrivate un po’ tardi e la piazza era strapiena. Riusciva ad ascoltare… una voce calda che cantava in un inglese chiaro, che lei riusciva a capire. Riusciva a capire il testo di quella canzone! Almeno quasi tutto. “Who knows what tomorrow may bring?” era il titolo della canzone, ripetuto anche nel ritornello.  Era felice, la canzone le era piaciuta e si era messa a ballare insieme a un gruppetto di persone conosciute e sconosciute. Si sentiva viva, libera di essere totalmente presente in quel momento.

Mentre ballava, si era avvicinata al palco. Aveva riconosciuto il cantante! Era il ragazzo che le aveva chiesto delle informazioni qualche giorno prima. Proprio lui, quel ragazzo da cui era partita la sua decisione di impegnarsi giorno dopo giorno a migliorare il suo inglese! Non riusciva a crederci: era un cantante davvero bravo e appassionato, oltre che carino. E non era tutto! Quando Massimo si era nuovamente avvicinato a lei, le disse semplicemente, gridando: “Quello è John, mio cugino! È bravo, vero? Se fossi arrivata prima te lo avrei presentato, mi sa che stasera tra interviste e altro non avrà molto tempo.” Per un attimo era rimasta confusa, come quando esistono dentro contemporaneamente due sensazioni opposte e contrarie… La gioia di ballare e ascoltare quella buona musica e di capirla da un lato; la frustrazione di qualche giorno prima, quando aveva incontrato John per la prima volta dall’altro lato. Entrambe queste sensazioni stavano lottando tra di loro come una nave che lotta contro il mare in tempesta… E alla fine la nave ha avuto la meglio: è rimasta solo la gioia di ballare, ascoltare, capire quella canzone; e la risposta emozionata di Francesca: “Sai, Massimo. A questo punto non vedo l’ora di conoscerlo!”

Massimo e Tania erano felici di questa risposta e avevano riso con complicità. Che si fossero visti prima e avessero parlato di qualcosa? Non ci aveva pensato in quel momento, perciò, mentre finiva di struccarsi si annotò mentalmente le domande che avrebbe dovuto porre a Tania e a Massimo. Non gliela raccontavano giusta. Che stessero tramando qualcosa quei due?

Adesso, quasi pronta per andare a dormire, ripensava alla risposta del terzo muratore, che con grande entusiasmo aveva detto al monaco: “Guarda come la bellezza intrappolata nella pietra inizia a emergere. Stando qui a lavorare, io non solo celebro la mia competenza e la mia abilità nel lavoro che svolgo, ma contribuisco alla costruzione di tutto ciò in cui credo. Sono in pace e sono felice perché, anche se non vedrò mai la cattedrale interamente costruita, quest’opera rimarrà in piedi per secoli, come simbolo di tutto ciò che è veramente importante per tutti noi…”

Francesca ripensò anche alla decisione del monaco, che il giorno aver ascoltato quei muratori si tolse la tunica e andò a fare da apprendista al terzo muratore. Cosa poteva voler dire quella storia? E come mai la associava a quei tre diversi concerti? E come mai John le ricordava proprio il terzo muratore? Forse lo avrebbe scoperto il giorno dopo. Quella notte non sapeva ancora come avrebbe integrato tutte quelle nuove informazioni ed esperienze  mentre avrebbe dormito piacevolmente e profondamente. Sapeva che tutti hanno dei sogni… Alcuni possono avere dei sogni vividi, dei sogni noiosi, oppure dei sogni stranissimi… Altri possono avere dei sogni in cui ci sono molte persone o ce ne sono davvero poche. Altri ancora possono pensare di non aver sognato per nulla. In ogni caso, Francesca avrebbe permesso che quello (quale tipo di sogni avrebbe avuto?) sarebbe stato il segnale che l’apprendimento stava avvenendo ad un livello molto profondo.

Continua? Dipende sempre da te! 🙂

Francesca sta continuando a scoprire Speak English Magically, giorno dopo giorno, tutti i giorni. E tu? Lo stai facendo? Scrivimi nei commenti, oppure in una recensione sul sito dove hai acquistato il libro. Te ne sarò enormemente grato. Per ora ti saluto, ricordandoti sempre che puoi rilassarti e goderti il viaggio! Passaparola! 🙂

Antonio

P.s.: Un ringraziamento speciale a Walter che mi ha fatto tornare in mente la storia dei tre muratori e a Eugenio, il super appassionato tropeano di musica, che mi ha permesso di andarlo a trovare per chiedergli alcune cose del Tropea Blues! Grazie di cuore a tutti e due!

 

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Una storia per parlare l’inglese magicamente-4

La giornata di Francesca stava andando per il meglio. Ormai i primi giorni erano passati ed era stata costante nel suo proposito di fare quel tanto che bastava per parlare l’inglese sempre meglio un po’ al giorno tutti i giorni. Era riuscita ad inserire, nelle sue pienissime giornate, del tempo da dedicare a se stessa e all’inglese. Forse prima di questa esperienza nemmeno lei ci avrebbe creduto. “Trovare il tempo? E quando mai potrei trovare almeno dieci minuti al giorno tutti i giorni?” si sarebbe potuta dire. Ma adesso si era resa conto che, ad esempio, bastava non consultare la sua email o il suo account Facebook così spesso per recuperare davvero un sacco di tempo. Ed eccoli lì quei dieci, venti minuti al giorno per migliorare sempre di più.

Quel giorno aveva già trascorso del tempo piacevole con l’inglese. Riascoltò semplicemente la traccia che aveva ascoltato sulla spiaggia il giorno prima, con la sola differenza che oggi ne aveva seguito silenziosamente il testo sul libro. La cosa si era rivelata piacevole. Si rendeva conto che non avrebbe potuto chiudere ovviamente gli occhi, come invece veniva suggerito dal testo, ma le sensazioni che aveva provato il giorno prima erano ancora tutte lì…

[Prima di andare avanti con la lettura della storia fai anche tu quello che ha fatto Francesca: riascolta l’audio bilingue dell’episodio 1 mentre ne leggi il testo a pagina 36 dell’anteprima gratuita che trovi qui sotto cliccando sulla copertina del libro]

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Nonostante avesse letto silenziosamente il testo mentre lo ascoltava, sentiva accadere qualcosa al suo corpo e al suo modo di respirare. Si era accorta che il suo respiro si faceva più lento e dolce, mentre i muscoli del suo corpo diventavano piacevolmente pesanti. Riusciva davvero a immaginarsi come una persona in grado di parlare l’inglese molto bene da un sacco di tempo. Si vedeva a parlare con i suoi amici e parenti americani in modo spontaneo e rilassato. Mentre ascoltava aveva anche sottolineato alcune frasi e cerchiato delle parole che erano davvero interessanti per lei. 01Le piaceva molto quell’idea di quella scatola decorata o colorata con i colori dell’arcobaleno nella quale avrebbe potuto sempre ritrovare la gioia, la curiosità e la sicurezza e tutto quello di cui avrebbe avuto bisogno nel suo percorso verso la padronanza di quella meravigliosa lingua che le avrebbe aperto tantissime porte. Aveva letto e ascoltato la lezione notandone nuovi dettagli, un po’ come quando riguardava un film per la seconda volta e riusciva a vedere che quelle foglie stavano cadendo per terra per un motivo preciso che avrebbe avuto un senso solo alla fine del film…

Tutto era andato alla perfezione finché non arrivò la telefonata di Massimo… “Ti devo fare una proposta indecente” le disse. Francesca sapeva che quello era il suo modo di parlare, e che in realtà non voleva dire realmente che la proposta sarebbe stata indecente. Ma avrebbe dovuto preoccuparsi? Si ricordava sempre con piacere di quando Massimo le leggeva le carte giù al lido La Pineta. In particolare si ricordava di come a volte le sue “letture” fossero così generiche da farci entrare qualsiasi evento che le sarebbe potuto accadere; mentre altre volte erano così specifiche che lei non sapeva veramente se credere nei poteri che Massimo si vantava di avere, o se sospettare di qualcuno che andava in giro a rivelare i suoi personalissimi segreti. Non sapeva cosa aspettarsi da quella telefonata, perciò disse semplicemente: “Sentiamo!”

“Un uccellino mi ha detto che ti sei messa seriamente a studiare l’inglese, perciò vorrei proporti di fare un tandem con mio cugino, arrivato da poco da Los Angeles” disse Massimo con il suo tono allegro.
“Non se ne parla proprio” si ritrovò a dire, ripercorrendo inconsciamente quei vecchi schemi che fino a pochi giorni prima la portavano a fuggire via dalle cose sconosciute. “Ma che cosa credi, Franceschina?” Solo lui la chiamava ancora con quel nomignolo: detestava ammetterlo, ma le faceva piacere sentirsi chiamare in quel modo. “Mi lasci finire di parlare? Prima di tutto, il tandem, come forse hai pensato data la tua risposta, non è una bicicletta a due posti: è un metodo di apprendimento  in cui due persone di lingue diverse trascorrono un po’ di tempo insieme a conversare un po’ nella lingua di uno e un po’ nella lingua dell’altro. È un modo per aiutarti a migliorare il tuo inglese e per aiutare mio cugino John a parlare finalmente l’italiano. Pensa che l’altro giorno se n’è andato in giro per Tropea a chiedere informazioni in inglese. A Tropea! A Tropea siamo davvero in pochi a parlare questa lingua utilissima! Avrebbe potuto farlo nell’italiano che già conosce e avrebbe ottenuto dei risultati migliori. Allora? Ci stai?”
“Non so, Massimo. Per ora sto facendo questo mio percorso quotidiano e mi trovo bene” , rispose Francesca, non facendo caso all’ultima frase di Massimo e ancora inconsapevole del suo ennesimo tentativo di fuggire di fronte a quell’esperienza sconosciuta.
“Mmmh…Ti ricordi che parlare una lingua è un’eperienza sociale? Non parlerai l’inglese solo usando un libro, per quanto magico possa essere. E, lascia che te lo dica, il libro non parlerà con te, mio cugino sì! Eppoi, pensa un pochino alle tante volte che ci hai provato in passato. Cosa ti è mancato per ottenere la sicurezza di parlare l’inglese?” Francesca taceva dall’altro capo del telefono: Massimo stava toccando un suo punto sensibile, stimolandola a rendersi conto delle strade che aveva tentato di percorrere in passato. “Secondo me, ti è proprio mancato il fatto di parlare con qualcuno direttamente in inglese… Penso che sia una buona occasione quella che io e John ti stiamo offrendo. Forse è il momento di smettere di provare a parlare l’inglese e, invece, farlo sul serio!”, continuò Massimo ora con un tono molto autorevole. Non sembrava nemmeno lui a parlare: sembrava sempre scherzare su tutto, ma in quel momento era serio!

“Ci devo pensare”, disse Francesca sentendo del vero in quello che Massimo diceva.
tropeablues-1“Pensaci tutto il tempo che vuoi. Domani sera io e John saremo ad ascoltare e a fare un po’ di buona musica al Tropea Blues Festival. Se ci sarai anche tu, mi farà piacere presentartelo, così vi metterete d’accordo per il tandem!” concluse Massimo, quasi sicuro di aver fatto centro.
“D’accordo. Ci penserò su, te lo prometto!” disse Francesca, salutando e ringraziando Massimo.

La telefonata l’aveva scossa. Di cosa aveva paura? Si era già creata un cuscino di sicurezza per proteggersi dalle delusioni e le brutte figure che aveva fatto prima? Però, ripensando bene a cosa aveva fatto o non fatto in passato, persino a quello a cui aveva pensato tutte le volte in cui aveva fallito con l’inglese, questa cosa del tandem le mancava proprio. Del resto non aveva mai avuto una vera e propria conversazione con un madrelingua. Sarebbe stata una grande sfida. La notte avrebbe portato consiglio, anche se dentro di sé probabilmente aveva già deciso cosa fare il giorno dopo. In più, sapeva che il Tropea Blues era un’occasione a cui non sarebbe mancata assolutamente. Era uno di quei periodi in cui Tropea si rivestiva di magia, grazie alle numerose band internazionali che venivano ad esibirsi per le piazze e i vicoli del suo meraviglioso paese. Aveva la sensazione che qualcosa le fosse sfuggita durante la conversazione con Massimo, ma non riusciva a capire cosa.

Si disse qualche affermazione positiva e si preparò ad una bella notte di sonno profondo e sogni piacevoli che le avrebbero permesso di integrare tutte le esperienze di quella lunga e bella giornata nella quale aveva fatto degli altri importanti passi verso il suo obiettivo di parlare l’inglese sempre meglio.
Cosa farà domani Francesca?

Continua? Dipende sempre da te! 🙂

Ehi, ridendo e scherzando, ho già scritto quattro parti di questa storiella che non ha alcuna pretesa letteraria, ma solo l’intenzione di ispirarti a smettere finalmente di provare e a fare la tua parte giorno dopo giorno per migliorare il tuo inglese. Fammi sapere se sto riuscendo nel mio intento. Ogni feedback è gradito, magari con un “mi piace” o un semplice commento. Per ora ti saluto, dicendoti ancora una volta: Relax and enjoy the journey! And, by the way, passaparola!

Antonio

P.s.: Per approfondire l’idea delle tentate soluzioni (dall’approccio strategico di Giorgio Nardone), perché non ti prendi un po’ di tempo per te stesso e appunti su un foglio di carta tutto ciò che hai detto o non detto, fatto o non fatto, o anche solo pensato per raggiungere l’obiettivo di parlare l’inglese molto bene. Se dopo averlo fatto, ti renderai conto che qualcosa non ha funzionato e la stai ancora facendo, forse è il momento di metterla in pausa, non credi?

 

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